L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)

I miei sogni di carta by Rosa Maria is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
sabato 10 settembre 2016
Chat room. La trappola del piacere.
venerdì 9 settembre 2016
Educate i vostri figli al rispetto dell'ambiente che li circonda, ma non permettete all'ambiente che li circonda di limitarne la fanciullezza.
lunedì 5 settembre 2016
Il cammino dell'amore.
Le auto passano, qualcuno di sfuggita accenna ad un saluto, nessuno pensa mai che dietro un ciao possa nascondersi un addio, eppure la vita è imprevedibile. Lo schianto è sempre questione di un attimo, una distrazione può costare la vita, come la vita di un amore.
Ieri, per caso, ho acceso il pc e mi sono trovata davanti le notifiche delle tue chat. E' bastata una tua distrazione a distruggere ogni mia certezza...E' bastato lasciare memorizzata la password e aperto l'account, per farmi vedere una realtà che ignoravo. E' bastata una mia distrazione a far sì che tu cercassi amore da un'altra parte, attenzioni in un'altra donna. Ho sbagliato. Ora osservo le auto in corsa e mi accorgo di averti lasciato andar via, ignoravo che un ciao potesse celarsi un addio, ignoravo che il silenzio potesse aprire le porte ad un altro dialogo e chiuderle ad un amore. Sono ferma. La mia auto e ferma, mentre tutte le altre percorrono le strade della vita per raggiungere la propria metà. Qualcuno va via, qualcuno fa ritorno. Nel rumore assordante del nostro silenzio e nel rumore della città, giro la chiave e metto in moto la mia auto, la mia vita. Vengo a raggiungerti e ti chiedo di venirmi in contro, perché una distrazione non può costare un amore.
lunedì 7 marzo 2016
Rosa Maria. : "La condizione della donna in Sicilia attraverso l...
In occasione della festa della donna con il prof Giovanni Sarruso abbiamo pensato di pubblicare un nostro breve saggio dal titolo: "La condizione della donna in Sicilia attraverso la letteratura".
Abbiamo deciso di rendere il testo fruibile a tutti e quindi gratuito. Attualmente è disponibile in versione Pdf sul sito Lulu.com, potete scaricarlo dal seguente link. Entro le 48 ore sarà disponibile in versione Epub su Amazon. Speriamo sia di vostro gradimento. Buona lettura
lunedì 13 luglio 2015
Quel che mi resta di te
E' un invito che rivolgo ai genitori ma soprattutto alle scuole,ai centri di aggregazione e a tutti coloro che si trovano a far parte,in un modo o in un altro, della vita di un bambino che sta vivendo un dramma familiare del genere.Oggi fortunatamente si parla un po' di più della malattia..e anche la medicina ha fatto passi avanti, 16 anni fa affrontare di petto un argomento del genere,soprattutto con una ragazzina, era più complicato..a volte penso che parlarne spaventava più della malattia in sé. Io sono una sopravvissuta che ha trovato conforto nella scrittura..e che ha scelto di regalare le sue parole al mondo perché possano essere di conforto ad altri..
Quel che mi resta di te.
Era appena l’alba, sentii aprire la porta della mia camera, aprii gli occhi e vidi mia zia che veniva verso il mio letto; non era proprio mia zia, in realtà era la signora che viveva sotto casa mia; abitavamo nello stesso palazzo da quasi dieci anni, per certi versi mi aveva un po’ cresciuta, dunque la chiamavo zia.
Si accostò a me e passò le sue mani fra i miei capelli, < Tuo padre sta poco bene > mi disse. Ad un tratto non vidi più il sole, ma non perché era appena mattino, ma perché capii che la notte stava calando sulle nostre vite.
< Vestiti e vieni di là> continuò, poi si alzò, uscì dalla mia camera e chiuse la porta.
Quello che temevo da tanto si stava verificando, lo sentivo. Mi alzai di scatto, indossai un jeans e una maglietta e corsi in camera da letto da mio padre.
Appena entrai, con stupore, mi accorsi che la camera era piena di gente, c’era mamma che piangeva, gli zii e i vicini. Guardai mia madre negli occhi, come a chiederle cosa stesse accadendo, lei mi guardò perplessa, poi mi disse : “ Va a telefonare al prete, tuo padre sta poco bene”.
E’ un incubo, dicevo nella mia mente, ok devo solo svegliarmi.
Mi guardai intorno, tutti mi guardavano impietositi, la zia, la sorella di papà, piangeva “Me niputi ancora è picciridda” , diceva in dialetto, mia nipote è ancora una bambina, il nonno cercava di tranquillizzarla e la invitava a non piangere e a farci coraggio < Propriu pirchì è picciridda c’ha fari forza a carusa> le diceva ; gli altri zii parlavano tra di loro, per un attimo non udii più le voci, non vedevo nulla, avevo come una nube d’avanti agli occhi, mi guardavano tutti, ma nessuno osava dirmi qualcosa, a un tratto udii la voce di mia madre <Il prete, vai a telefonare al prete> diceva. Avevo appena quattordici anni, compiuti da poco, non dimenticherò mai quel giorno. Ora a distanza di tredici anni mi domando perché fu chiesto a me di fare quella telefonata, ancora non ho trovato una risposta.
Mi recai in cucina, dall’elenco telefonico presi il numero del parroco e lo chiamai.
Il telefono squillava, non riuscii a trattenere il pianto, appena il parroco rispose, la voce mi uscì appena, ma riuscii a pronunciare quelle fatidiche parole “ mio padre sta morendo, le chiedo l’estrema unzione”, lui comprese subito chi ero, il mio quartiere all’epoca era piccolo, poco popolato, mi rispose arrivo e mise giù il telefono.
Misi giù la cornetta e corsi in camera da mio padre, lo guardai dimenarsi nel letto, muoveva il capo di qua e di là, come se volesse dire qualcosa, aveva i tubicini dell’ossigeno inseriti sul naso e muoveva le labbra, voleva dire qualcosa.
Tutti i presenti mormoravano tra di loro, “Sta delirando, dicevano, criaturi, u signuri so voli beni si l’avissi a chiamari”, pover’uomo, Dio se gli vuole bene dovrebbe prenderlo con sé, mormoravano in dialetto. Non li sopportavo, “Siete voi che delirate - dissi guardandoli negli occhi uno per uno - mio padre vuole dire qualcosa, fatemi la cortesia di tacere, cosi che possa sentire le sue parole”.
Ad un tratto calò il silenzio, uscii dalla stanza, allorché mi guardarono perplessi, di sicuro si stavano domandando dove stessi andando. Andai in cucina, presi un fazzoletto di stoffa e lo bagnai con dell’acqua, dopo tornai in camera e mi sedetti al capezzale di mio padre. Iniziai a bagnargli le labbra, cosi che gli si ammorbidissero, in modo che parlare gli venisse meglio. Aprì gli occhi, li sgranò e guardò dritti i miei, “Mi raccomando - sussurrò tenendomi la mano - mi raccomando”. Tranquillo papà gli dicevo, tranquillo, sta arrivando il medico, passerà, anche questa volta, fece cenno con la testa di no, “Mi raccomando” ripeté di nuovo .
Sapeva che stava morendo, mi domandai cosa volesse dirmi quando non diceva nulla e si limitava a guardarmi. Il suo sguardo era a tratti intenerito ad altri stupito.
Lo guardai negli occhi e distolsi lo sguardo, a quel tratto sentii i suoi silenzi, li sentii come fossero i miei , erano i nostri silenzi, i miei e i suoi.
Li udii, dicevano molto più delle nostre parole, ma le stesse identiche cose.
Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel suo non mostrarsi sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le sue labbra riuscivano appena ad ostentare.
Morì tra le mie braccia, mentre gli tenevo la mano, ad un tratto non sentii più la presa, compresi allora che papà non c’era più, non era più con me, nonostante stesse muto e immobile in quel letto.
Per quattro anni, dopo la sua morte, ogni sera mi sono affacciata alla finestra sperando di vederlo arrivare, poi ho smesso, ho capito che non sarebbe mai potuto ritornare a casa, allora sono andata via.
Ho lasciato la nostra casa, quella casa troppo piena per far spazio al vuoto che accompagnava le mie giornate, troppo piena di lui perché altro potesse trovare posto, troppo piena di morte perché potessi ritrovare la vita.
Dopo di allora, dal mio trasferimento in Toscana, tutte le sere mi sono affacciata alla finestra, ho guardato il cielo e mi sono chiesta su quale pianeta vivesse.
Anch’io ero lontana da casa, ma casa non era lontana da me, perché stava in fondo al mio cuore, compresi allora che le distanze sono solo apparenti, che vi è una sola distanza capace di dividere, è quella tra due cuori, quando questa non esiste non si è mai lontani abbastanza.
Per anni, dopo la sua morte, il senso di colpa ha logorato la mia vita. Quel non aver potuto far nulla fu per me come averlo ucciso.
Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
Si muore anche cosi pur rimanendo vivi, ero sopravvissuta alla morte ma non alla vita.
E' come quando combatti una guerra e i tuoi compagni sono tutti caduti, sei un superstite vivo per metà.
Quando Papà combatté contro il cancro, ero il soldato che lo fronteggiava, morì tra le mie mani, e non potetti far nulla, da quel giorno la mia vita è stata una battaglia contro il dolore, contro i rimorsi interiori, una battaglia per la vita, per ritrovare la vita in quella morte dell'animo. Solo ora, a distanza di anni, comprendo di averlo , invece, accompagnato verso il suo ultimo viaggio, tenendolo per mano.
Negli anni gli ho scritto tantissime lettere, con mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita, l’inchiostro è silenzioso, solo il foglio può udirlo, lui non vede me, legge il mio io.
Lettere a mio padre è un “gioco” che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere.
Conosco me stessa raccontandomi a lui, conosco il mondo con la riflessione, i ricordi sono frammenti che si ricompongono, così le sue parole riemergono e i suoi insegnamenti rimangono presenti nel tempo.
Oggi ringrazio il cielo, per quelle corse in bicicletta, per le ginocchia sbucciate che mi ha medicato, per quelle giornate su una ruspa in cantiere, per quella gru con la quale arrivava in cielo e mi donava il sole, per quel bacio in fronte, dato piano mentre dormivo, per quello schiaffo di educazione, per quegli occhi pieni di vita l'istante prima della tua morte, per quel sorriso di speranza l'istante in cui si stavano chiudendo: per quel suo mi raccomando tesoro sorridi, quando la sua mano lasciò lentamente la presa per abbracciarmi tutta la vita.
Oggi dico grazie papà per gli insegnamenti, i pensieri e l'amore che sono sopravvissuti al tempo.
Quando la vita ti nega un abbraccio tu puoi donarle un sorriso. Alcune poesie, a lui dedicate, ritrovate nei miei diari fanno parte di un libro, con il ricavato ho scelto di sostenere la ricerca; per tutti quelli che ce la faranno e per tutti quelli che non ce l'hanno fatta, perché aiutare la ricerca è dire SI alla vita.
Solo certi eventi ci aprono gli occhi su cosa le comodità ci hanno portato ad essere, schiavi del nulla, delle mode, schiavi di se stessi, del voler di più.
Solo perdere l'amore delle persone a noi care, ciò che per certi versi abbiamo sempre considerato scontato, ci fa aprire gli occhi verso un nuovo mondo, fatto di piccoli gesti, piccole cose, non dovuti, ma voluti.
La ricerca è vita, è non negare il sorriso ad un bambino, la gioia ad un genitore, l'amore ad un compagno.





