(Questo è un diario che scrivo in preda agli stati d'animo, sono ammessi i "refusi" non le critiche sterili...Questo è il mio mondo parallelo.... Accomodatevi senza far rumore)

L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)


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lunedì 9 marzo 2015

Poco più che una bambina,nient'altro che una donna.

Quando la polizia fece irruzione in casa non era neanche l'alba. Dalle fessure delle persiane intravedevo la luce tenue dei lampioni sul vialetto.Sentii dei rumori ed ebbi paura, pensai che in casa fossero entrati dei ladri. Affondai la testa sotto il cuscino e mi rannicchiai sotto le coperte. Il letto era pieno di peluche, con l'innocenza della fanciullezza pensai che se i ladri fossero entrati in camera mia,piccola com'ero e rannicchiata ,non avrebbero badato a me e mi avrebbero confusa con i peluche...Sentii aprire la porta, era mamma. Mi chiamò piano e mi disse di non avere paura che i poliziotti dovevano controllare la mia camera. Avevo 9 anni,lo ricordo come fosse ieri. Nella squadra c'era una donna poliziotto. Si avvicinò al mio lettino e mi disse di non avere paura: siamo qui per controllare che non ci sia nulla di pericoloso  nel tuo armadio e ne cassetti. Guardiamo un attimo e poi andiamo via e puoi tornare a dormire. Mi disse.Ricordo ancora la sua delicatezza, e oggi da madre stimo quella donna per aver cercato di tranquillizzarmi. Dopo la paura iniziale fui contenta che non ci fossero i poliziotti, per ogni bambino sono dei super eroi.Nessun ladro avrebbe potuto farmi male. Dopo aver perquisito la mia camera mi salutarono e mi invitarono a tornare a dormire, uscirono dalla camera e chiusero la porta. Un attimo dopo mi alzai e guardai dalla fessura della serratura. Avevano già perquisito la casa e chiesero a mia madre di poter salire in mansarda. Ricordo che mamma nascondeva li il nostro oro.A quei tempi lo si regalava per le nascite,per le comunioni e anche per un semplice compleanno. Mamma gli fece strada e disse loro: nella parete troverete una fessura, in fondo un sacchetto contenente dell'oro. E' dei miei figli. Tranquilla signora- rispose la poliziotta- . Con il senno di poi so che cercavano altro. Dopo la mansarda fu l'ora del garage, li rinvennero una pistola scarica, delle munizioni e una spranga di ferro. Salirono nuovamente in casa e invitarono mio padre a seguirli. Ricordo che papà tese le mani e il poliziotto disse non si preoccupi, non sta facendo opposizione,non metteremo le manette. Mamma li accompagnò alla porta e li guardò dissolversi nelle scale. Uscii dalla mia cameretta e mi recai in bagno nel balcone che dava sul garage. Avevo sentito dir loro che li avevano trovato qualcosa. Vidi giù la volante e qualche minuto dopo mio padre e la polizia andare via con quella. Il mattino seguente la versione ufficiale fu vaga: papà doveva subire un intervento di ernia e sarebbe mancato qualche giorno. Il giorno dopo, curiosa com'ero, avevo tra le mani il giornale. Una fotocopia trovata nella borsa di mia madre. L'articolo diceva che in casa di un noto imprenditore era stato rinvenuto un arsenale e che questo poteva risalire ad alcuni delitti di mafia avvenuti poco prima nel catanese o chissà dove. Ricordo ancora il nome della giornalista che scrisse l'articolo, Marina Rosetti ( nome di fantasia). Oggi invito sempre i giornalisti a trattare questi casi con delicatezza,perché alcune scritte nella mente di un bambino rimangono indelebili,nonostante spesso siano solo supposizioni prive di fondamenta, e non notizie. I giornali dovrebbero narrare fatti di cronaca, non tessere sui casi possibili storie. (Umana coscienza e professionalità giornalistica) Mio padre un mafioso? Non era possibile. Papà non avrebbe fatto male ad una mosca, anzi era una che non sopportava le ingiustizie e le combatteva,anche se non riguardavano lui. Era come me il giustiziere delle cause perse. Mi trasferii dagli zii per qualche giorno.Ricordo che quando giocavamo in cortile con i miei cugini qualcuno ci chiedeva di mio padre. Curiosi di turno che chiedevano a dei bambini. Io provavo vergogna, per quello che avevo appreso dal giornale, e non rispondevo. Cosi mio cugino li zittiva dicendo che non sapevamo niente. Quel periodo a scuola,nonostante i compagni facessero finta di niente provai un enorme disagio. Mi vergognavo. Oggi invece sono orgogliosa dell'uomo che è stato mio padre. Per anni ho fatto finta di nulla. Mi sono sempre chiesta perché papà fosse in possesso di una pistola. Forse per paura della mafia. Erano gli anni di fuoco a quei tempi tutte le imprese pagavano il pizzo,nonostante l'omertà che ancora persiste nei giorni odierni. La polizia fu mandata ma io,come altri familiari, non possiamo conoscere il nome del mandante poiché potremmo premeditare vendetta. Papà fu fuori per insufficienza di prove dopo pochi giorni. Da quel giorno la mia vita è cambiata per finire del tutto qualche anno dopo con lui. Papà aveva un fratello che era stato estromesso dall'impresa di famiglia. L'unico a polemizzare sempre per soldi e a tirare l'acqua al suo mulino. Si chiamava Caino. Papà era solito chiamarlo cosi. Ricordo che a volte arrivava a casa disperato, erano sull'orlo del fallimento e non voleva che le famiglie che avevano acquistato su carta gli immobili di prossima costruzione perdessero i soldi per un eventuale fallimento della ditta.Fece di tutto perché ciò non accadesse. E non accadde.  Lo zio Caino, invece, era tranquillo,aveva persino rilevato immobili di proprietà dell'azienda e senza pagare. Era solito utilizzare l'arma del ricatto.Lo fa tutt'oggi,anche con un altro fratello e non solo. Caino nelle antiche scritture è il fratello traditore. Nessun uomo va in giro a dire di detenere illegalmente un arma da fuoco. A chi si potrebbe confessare un simile segreto? A un fratello. Ovvio. Non medito vendetta, questa si addice ai deboli. Chiedo rispetto per la memoria di mio padre e porto alto il suo nome,dissociandolo da quello di un infame.Caino a distanza di anni continua a essere degno del nome che porta. Oggi non sono più una bambina ma sono una donna sola. Un facile bersaglio. Caino continua imperterrito a portare avanti ricatti e squallidi giochi di potere e prepotenza.Spesso parliamo di violenza sulle donne ma ancora più spesso ci soffermiamo ai lividi senza giungere alla profondità della ferita. C'è una violenza altrettanto atroce, è una lama affilata che trafigge lentamente e può persino annientare, è la violenza psicologica seguita da atti di estrema prepotenza. Io non ho paura. Io non ho paura.  Io non sono Eva, non sono Maria. Sono solo una donna. Sono solo una madre. Sono la figlia di mio padre, la sorella di  tutte le donne che combattono un battaglia simile alla mia. Sono un mare di parole; un milione di voci sommerse. Ero poco più che una bambina, oggi non sono nient'altro che una donna. La mia vita è un fascicolo impolverato negli archivi di un tribunale, una causa persa in partenza,forse, ma ancora da discutere.IO SONO PAROLA.

(Brano tratto da:Poco più che una bambina,nient'altro che una donna. Romanzo in fase di stesura)

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.


venerdì 30 gennaio 2015

Ho bisogno di convincermi che non esisti. Sei solo un'idea sbagliata che mi sono fatta. Ti ho immaginato e scritto. Sei solo narrazione. Le mie mani su di un foglio bianco hanno delineato i tratti del tuo corpo, centimetro per centimetro definito ogni tuo particolare. In una notte di mezza estate il cuore di un poeta infranse i limiti del corpo di una donna. Mi hai immaginata anche tu. Centimetro per centimetro le tue dita hanno disegnato i tratti del mio corpo, poi lo hanno percorso lentamente fino all'estasi. Su di un foglio bianco una notte di mezza estate due corpi inanimati si sono scambiati l'anima, hanno fatto l'amore fino all'alba, e al suo giungere sono svaniti via con il sogno che li aveva uniti. Tu non esisti, se non in me. Io non esisto in te.

( amori (IN)versi... libro in fase di stesura)


mercoledì 28 gennaio 2015

Amori (IN)versi. lettere

Dopo aver fatto l'amore ci addormentavamo abbracciati. Le nostre gambe incrociate ci incatenavano,come le nostre dita: mani nelle mani. Adoravo sentirmi incastrata e mi sento ancora cosi, anche se non ci sei più. La cosa che mi piaceva è che col tempo anche tu hai iniziato a  cercare quel contatto intimo,che andava oltre l'amore fisico.Amare qualcuno è sempre una scelta; l'amore, invece, è un atto di totale abbandono. Ricordo ancora la prima volta che le tue dita lentamente si incastonarono tra le mie, ne fui sorpresa. Come mi sorprese il fatto che dopo un po' dormire abbracciati diventò naturale anche per te,come  cercare il contatto nel sonno e non la propria parte di letto....E poi l'alba.L'alba su di noi non ha mai più portato la luce..alla fine è giunta a ricordarci di indossare i nostri panni. All'inizio,invece, non è stato cosi, iniziavamo la giornata dandoci il buongiorno e la finivamo dandoci la buona notte..ma a un certo punto il tramonto è calato su di noi. Ogni tanto la notte mi rigiro nel letto, cerco le tue gambe, le tue mani e mi rannicchio in quella parte di letto che era la tua,come se per un'istante potessi sentirti lì a un centimetro da me.
Dicono che mi manchi. Quando ne parlo tra la rabbia e il dolore, la delusione e l'orgoglio, non riesco a trovare parole sbagliate né giustificazioni. Nessun amore necessita di essere giustificato. Ti ho amato così: al di là dei punti di (s)vista, dei ruoli di genere e di chi eravamo.
Quando un sentimento è capace di spogliarci l'anima e lasciarci disarmati non dobbiamo mai fare l'errore di opporre resistenza, qualsiasi sia la natura in cui si sta manifestando. L'astratto ci spaventa, poiché non definisce nessuna figura ma se guardiamo a fondo scorgiamo milioni di sfaccettature. Ogni amore ha un suo motivo d'essere. Ma ora devo lasciarti. Bisogna essere un abbraccio mai una stretta. L'amore è un atto di totale abbandono mai una forzatura. Bisogna essere  capaci di tendere la mano ma anche di lasciare la presa. L'abbandono a volte è libertà; e la libertà è sempre un atto d'amore. Ti abbraccio.




(Amori (IN)versi. (poesie e lettere d'amore) libro in fase di stesura)


lunedì 26 gennaio 2015

UN ANGELO A KABUL

Era un pomeriggio come tanti, con i miei amici giocavamo a rincorrerci per le strade di Kabul. Mamma mi aveva avvisato di fare attenzione ma io come al solito non ero stato a sentirla.
Ogni giorno mi ripeteva sempre le stesse cose; ero stufo di sentirmi dire “sta attento potrebbero attaccare il paese all’improvviso”.
"Perché un bambino dovrebbe stare attento - mi dicevo - voglio vivere all’occidentale, giocare libero per strada e non stare attento a nulla. Tutti i bambini corrono, cadono, si sbucciano le ginocchia o altre sciocchezze simili, nessuno di loro sta mai attento o bada al male che potrebbe farsi". Ero
solo un bambino, incosciente, com’era giusto che fossi.
All’improvviso, mentre rincorrevo Mohamed, fui accecato da una luce abbagliante, chiusi gli occhi un istante, e appena li aprii mi trovai circondato da tantissimi bambini e altre tante
persone. Mi sentii spaesato, avevo l’impressione di non conoscere nessuno e di non essere più a Kabul.
Alcuni istanti dopo udii una voce che mi diceva:
«Samuel ciao come stai? Ti ricordi di me?»
«Certo che mi ricordo, sei Alì, andavamo a scuola insieme qualche anno fa. Ma dove siamo? E soprattutto come sono giunto fin qui?» Risposi.
«Seguimi». Mi disse.
Mi alzai da terra, non riuscendo a capire cosa ci facessi a terra e perché tutti mi guardavano come volessero dirmi qualcosa, e seguii Alì. Mi portò ai margini della strada, mi accorsi che dovevamo essere in cima a una montagna, perché riuscivo a  vedere altri paesi all’orizzonte. Eravamo proprio in alto, mi sembrava quasi di essere in cielo.
Alì mi diede una pacca sulla spalla e mi disse :
«Questa è la ruota della vita, vieni a farci un giro. Da qui puoi vedere il mondo. Guarda: c’è gente che vive ai margini».
«Quali margini?» Risposi.
«Quelli della società».
«E chi li ha costruiti?»
«La mente, per non farli vedere agli occhi».
«E gli occhi non li vedono?»
«Nella maggior parte dei casi, no, non li vedono».
«Non li vedo. Non vedo margini. Cosa c’è al di là di questi?»
«Non li vedi perché nella tua anima di bambino non esistono.
Sono mattoni che vengono su pian piano, man mano che si cresce. A un certo punto diventano muri e non ti permettono più di vedere al di là, ma tu puoi comunque scegliere di guardarci, o almeno provarci. Cosa vedi, dimmi?»
«Vedo delle persone».
«Uomini o donne? E di che nazionalità e ceto sociale?»
«Non lo so, vedo solo delle persone. Da qua non riesco a distinguerle».
«Vedi bene. Sono solo delle persone. Sai perché non riesci a distinguerle?»
«No, perché?»
«Questa è la ruota della vita da qua su vedi il senso, tutto il resto è un misero dettaglio».
«Cosa intendi, spiegati meglio?»
«Secondo te perché gli uomini si fanno la guerra?»
«Bella domanda, me lo sono chiesto tante volte anch’io. Forse la risposta un bambino non può darsela. Non sono mai riuscito a capirne il motivo, mia madre dice che è perché sono troppo
piccolo ma crescendo ho iniziato a credere che un motivo valido non c’è. Forse per questo non riesco a trovarlo».
«Ha visto che ti sei risposto da solo? Un motivo valido non esiste, esistono motivazioni più o meno importanti, ma nessuna è un buon motivo per farsi la guerra. In gran parte gli uomini sono spinti da interessi economici. Sai cosa sono le colonie?»
«No, non lo so. Ma inizio a pensare che non siano nulla di buono».
«Pensi bene. Le colonie sono città occupate da una popolazione diversa da quella nativa. Il popolo che le occupa ne entra in possesso e ne stabilisce le leggi, generalmente a proprio favore e a svantaggio della popolazione che le abita. In genere si tratta di territori in origine economicamente
meno sviluppati di quelli dello stato dominante. Tutto qua. Da secoli e secoli, gli uomini “colti” , delle varie nazioni, fanno a gara per arricchirsi a discapito di chi quei paesi li vive. Come
se il mondo appartenesse a qualcuno. Il mondo è di tutti, o almeno cosi dovrebbe essere. Ma io sono solo un ragazzino come te, non ho una laurea in economia, forse per questo riesco a cogliere il valore vero delle cose, perché prima di attribuirgli un valore economico gliene attribuisco uno morale,
etico, civile. A sentir loro sarò solo un bambino, ma dove sta la grandezza delle loro azioni? Anch’io come te con il tempo ho iniziato a pensare che non esista un motivo valido, e che l’unica causa è
l’avarizia degli uomini mascherata dietro incomprensibili paroloni, che negli anni hanno ingannato tutti gli abitanti - politiche e trattative di stato - affari esteri - etc. etc. Insomma cosa ci raccontano? O meglio perché non ci spiegano e non ci lasciano vivere delle nostre risorse anziché rubarsele e
schiavizzarci? È per questo che non ci mandano a scuola, sin da piccoli ci chiamano al fronte. Bambini soldato, bambini che non sanno nulla, né cosa combattono né perché si battono,
ma credono di saperlo. Sono convinti che libereranno il paese, credono che combattere sia un bene e sia giusto. Io invece so che bisogna gettare le armi e impugnare la parola, solo discutendo un problema si potrà arrivare a una soluzione, continuare ad ammazzarsi non serve a nulla. Ma farglielo
capire agli altri. Non ci fanno neanche frequentare le scuole perché hanno paura, i libri liberano il pensiero e il pensare rende liberi».
«Mi sa che hai proprio ragione. Ma adesso vuoi spiegarmi dove siamo e come ci siamo finiti?»
«Salta e tuffati a terra come se il terreno sotto di noi fosse un materasso».
«Saltare? E per quale motivo?»
«Fallo e basta».
Saltai tuffandomi sul terreno, allora mi accorsi che era soffice.
«Non mi sono fatto nulla, è morbidissimo qui, perché?»
«Siamo su di una nuvola. Guarda giù, cosa vedi?»
«Il mondo, dall’alto, come se fossimo sulla cima di una montagna. Non mi sbagliavo, siamo in capo al mondo?»
«Già, siamo in capo al mondo, perché siamo diventati degli angeli. Oggi Kabul è stata attaccata dai guerriglieri, ecco perché sei finito qui».
I miei occhi si colmarono di lacrime. Pensai a mia madre e a ciò che mi aveva detto: «Stai attento, mi raccomando».
Ora che sono diventato un angelo voglio che le parole di mia madre, che sono quelle di ogni mamma, arrivino ai soldati e a chi fa la guerra:
«Mi raccomando state attenti, mentre noi giochiamo, o dovremmo, voi giocate con la vita di noi bambini».

© Rosa Maria. Brano edito nel testo No alla guerra Sì alla vita..in ricordo di Jacopo. Edizioni C'era una volta. E' vietata la riproduzione totale o parziale dell'opera previa autorizzazione.






 Badalucco (Liguria) La mamma di Jacopo e la sua  classe 5 H (anno 2013) Liceo Classico G. D. Cassini di Sanremo

Introduzione al testo


No alla Guerra Si alla Vita - In Ricordo di Jacopo 21 21 Introduzione Stava per finire il 2012 quando il Comitato Autori per il Sociale aveva lanciato un concorso per dire NO alla guerra, dal titolo: “C’è un altro gioco da inventare, far sorridere il mondo non farlo piangere” (cit. Bertold Brecht). Il concorso era nato inizialmente con la speranza di dare un “piccolo contributo”, facendo sentire le nostre voci attraverso l’arte letteraria. Partiti con il presupposto di realizzare un piccolo e-book, durante il “tragitto” abbiamo avuto la fortuna di poter dare un contributo maggiore e reale, a supporto di chi quelle guerre descritte le vive davvero. Mentre prendeva corpo il volume, grazie alla collaborazione stipulata con la Edizioni C’era una volta, che ha scelto di pubblicare le opere senza contributi da parte degli autori, abbiamo avuto la possibilità di realizzare l’antologia in cartaceo ma, non solo, anche quella di poter devolvere i diritti d’autore a favore delle popolazioni socialmente svantaggiate. Si è scelto di finanziare l’associazione Onlus “FHM ITALIA” - gemella della ONG per le Case Famiglia “FHM Sierra Leone”-, con la collaborazione del dott. Roberto Ravera, Primario della Struttura Complessa di Psicologia Clinica della ASL Imperiese, nonché coordinatore dell’equipe sanitaria della FHM ITALIA, che ci parlerà dell’associazione e del suo operato nella sua postfazione che conclude quest’opera. “No alla Guerra Si alla Vita” raccoglie poesie e racconti di 16 autori. Inoltre, la casa editrice, consapevole dell’importanza dell’arte quale veicolo di sensibilizzazione sociale e, in particolare anche della musica abbinata alla lettura, ha prodotto il CD omonimo incluso nel volume, descritto nel capitolo che segue quello in ricordo di Jacopo Zorzan, un ragazzo venuto a mancare a soli 16 anni a causa di un improvviso malore, a cui è dedicato il volume. Da sempre vicino al sociale e ai bisogni della gente, Jacopo era amato da tutta la sua cittadinanza e dagli amici, che ancora, a quasi due anni dalla sua dipartita, lo ricordano con affetto. Carla, la mamma, ha fatto del suo dolore un sorriso per Jacopo e per il mondo, realizzando in memoria del figlio varie iniziative solidali, che egli stesso avrebbe voluto portare a termine. Jacopo, sin da piccolo, ha sempre avuto la passione per i modellini; crescendo dalle comuni costruzioni Lego è passato al disegno di questi ultimi, comprendendo con dispiacere che i suoi velivoli preferiti non erano solo aerei ma vere e proprie armi da guerra. I soldatini, i carri armati e gli aeroplani non erano semplici giochi ma riproduzioni in miniatura di una guerra che nella realtà non divertiva i bambini di quei luoghi coinvolti, ma li uccideva. La passione per quei bolidi enormi e lo sgomento per l’uso che ne veniva fatto, spinse Jacopo a sperare di poter fare qualcosa. Promise a se stesso che da grande avrebbe aiutato quelle popolazioni che il mondo, le ideologie, le religioni e la sete di potere opprimevano e distruggevano. Da qui la scelta di portare avanti quello che per Jacopo era il suo obiettivo e desiderio. È difficile spiegare perché abbia scelto, per conto del Comitato Autori per il Sociale, di dedicare a lui quest’opera, un angelo a me sconosciuto. In realtà credo sia stato lui a scegliermi. Si dice che le anime che lasciano qualcosa di incompleto sulla terra vaghino, per mari e per monti, finché non trovano un’anima simile alla loro che porti a compimento ciò che avevano iniziato. Il mio incontro con Carla avvenne nel social network per eccellenza: Facebook. Quando la conobbi sentii qualcosa dentro di me, qualcosa di simile al bisogno o al dovere di fare. Non sapevo ancora bene cosa, ma ebbi da subito l’impressione che quell’incontro non fosse avvenuto per caso, ma per un volere divino, una chiamata dall’alto. È strano e difficile spiegare l’esistenza di rapporti che non si spezzano mai, che rimangono sospesi tra il cielo e la terra. Stavo portando avanti alcune battaglie iniziate dal mio papà, anche lui volato via troppo presto, così un pensiero sfiorò la mia mente: se fosse stato proprio papà a indicarmi a Jacopo? Potrebbe avergli detto: “sai mia figlia è tosta, una che non si ferma davanti all’ingiustizia, è quella che stai cercando”. Chissà… Le mie sono le fantasie e le battaglie di chi come Carla ha perso troppo presto una parte di sé. All’epoca non mi  soffermai tanto su questo pensiero che aveva sfiorato la mia mente; più avanti compresi che potevo fare qualcosa, e forse questa cosa stava cercando proprio me. Troppo spesso stiamo seduti nella platea del teatro della vita a guardare, senza vedere davvero quello che succede davanti a noi, credendo erroneamente che non sia un problema nostro. Le promesse disattese di progresso sociale hanno provocato tra la gente un forte sentimento di delusione e mancanza di speranza rispetto al futuro, accompagnato da un crescente senso di alienazione; in questo contesto, la sensibilità degli artisti viene colpita in particolare dalla condizione in cui versano le classi più povere e le più svantaggiate. Traducendo tale realtà in rappresentazione artistico - letteraria, il Comitato Autori per il Sociale porta avanti tematiche di denuncia sociale, con la speranza di rendere il pubblico maggiormente consapevole, stimolarlo alla riflessione e all’azione, e riequilibrare le diseguaglianze all’interno della società. L'obiettivo di questo volume è di far riflettere sul valore della pace e di una convivenza interetnica. Ecco che leggere la guerra può far comprendere l’importanza di vivere la pace. Quest’affermazione può sembrare banale, eppure la letteratura più volte ha dato prova del suo potere di “mutare” l’io e di far crescere l’individuo. In ogni libro il lettore trova sempre un pizzico del suo vissuto o un insegnamento per il suo vivere. Da tutto questo ha inizio il viaggio che ci ha condotti fin qui. Non mi rimane che ringraziare tutti coloro che hanno partecipato all’iniziativa e creduto nel progetto, con la speranza che le nostre voci possano essere un’eco capace di risuonare nell’aria e spezzare le barriere del silenzio. 

Rosa Maria

Amori (IN)versi..lettere

"Bisogna esigere da ognuno ciò che ognuno può dare." Stamani mi sono svegliata con questa frase, tratta dal libro " Il piccolo principe",che mi gironzolava nella mente.Ho pensato molto al discorso della scorsa notte, a quello che mi hai detto. Hai ragione quando dici che esistono anche persone che non sono come me, che non hanno sogni e valori indissolubili. Con il tempo ho capito che sono la maggioranza ma non sto qui a sentenziare su come sia bene o no essere, ogni cosa è relativa. A volte mi sento un numero primo, uno non è divisibile che per se stesso, e forse il mio destino è quello di un numero primo. Però una sera in particolar modo ho come avuto l'impressione di potermi moltiplicare. E' accaduto nell'istante in cui i nostri corpi si sono sommati l'uno nell'altro. Dove non arrivarono le parole giunse il silenzio, ascoltarlo ci riuscì semplice; la fusione di due anime in fondo non è che l'eco silenzioso dei desideri.Ed io ballavo. Ballavo sul tuo corpo la musica che tu intonavi sul mio. Eri linfa che mi scorreva dentro e mi rinvigoriva. Eravamo un solo “essere”, il resto era solo infinito. Due numeri primi che si sommano ecco cosa siamo stati. In realtà penso che anche tu sia un numero primo, anche tu come me sei divisibile solo per te stesso. Che cosa nasce dalla somma di due numeri primi? Nascono milioni di emozioni, nascono canzoni, poesie, lettere..interi libri .Essere un numero primo non è poi così terribile, sei divisibile per te stesso ma se decidi di sommarti ad un altro nascono cose straordinarie..Ed io oggi voglio ringraziarti per l'inquietudine, per la gioia, per i miei sbalzi d'umore..per un bacio rubato e per un sogno infranto che mi ha aperto gli occhi su una realtà diversa, una realtà che avevo sempre ignorato.L'amore è una dimensione a parte, se non riesci a immaginarlo rimarrai sempre con i piedi per terra.Sono convinta che questa dimensione esiste dentro ognuno di noi ma che non esca fuori con chiunque. Grazie per essere stato il coltello con il quale ho frugato dentro me stessa..Il muro che ho sfidato e che alla fine ha aperto una finestra nel mio. Siamo simili ma troppo diversi. Tu non credi più a nulla ed io non riesco a non immaginare un'altra dimensione. Una dimensione della quale oggi ho conferma della sua esistenza.Ci siamo anche stati insieme ma abbiamo visto un cielo diverso.Grazie per avermi accompagnata in questo viaggio. Sarai poesia..un attimo di eternità.


lunedì 19 gennaio 2015

sinfonie

Dove non arrivarono le parole giunse il silenzio, ascoltarlo ci riuscì semplice; la fusione di due anime in fondo non è che l'eco silenzioso dei desideri.
E' l'amore finì con l'essere un gioco sublime quanto pericoloso di sguardi e carezze.
Quando i pensieri si sfiorano le anime si trovano...
Lui era l'oblio, il centro esatto dove finiva il sogno e la realtà iniziava, dove moriva il corpo e l'anima nasceva. Lo amavo col desiderio vivo di chi sa che il fuoco ora arde dopo brucia.Lasciai che le sue mani mi scivolassero addosso percorrendo per intero ogni centimetro del mio corpo fino a giungere alla mia nudità.Il suo abbraccio era una presa e una morsa; libertà e prigionia. In quell’istante ero io: anima libera e inquieta che si chetava abbandonandosi alla passione, gradevole e macabra.
I nostri corpi si mischiarono fino a fondersi completamente...
Le sue mani sul mio corpo erano melodia.Ed io ballavo, ballavo sul suo corpo la musica che lui intonava sul mio.Contemplai quel momento: il fruscio del vento, l’ondeggiare delle tende, del suo corpo sul mio …. Era linfa che mi scorreva dentro e mi rinvigoriva. Eravamo un solo “essere”,  il resto era solo infinito.




giovedì 15 gennaio 2015

....

Caro papà, oggi più che mai avrei bisogno di te. Dove si trova la forza? C'è chi sostiene dentro se stessi e chi nell'amore. Personalmente sono convinta che risieda dentro di noi ma che ogni tanto necessiti di qualcuno che la tiri fuori..anche la forza deve avere una sua debolezza che alla fine prende il sopravvento. E' quello che mi sta accadendo o che forse mi è già accaduto e non c'è amore nella mia vita che possa riportarla a galla da quel buco nero in cui è finita. Avrei bisogno di un sostegno..di una mano che afferrasse la mia..di un copilota che prendesse il volante anche solo un attimo..ma non c'è nessuno e tu manchi ancora di più. La tua vita dovrebbe servirmi di insegnamento e in parte in passato è stato così. Mi son sempre detta solo alla morte non  c'è rimedio ma la solitudine a tratti e un po' come morire...un lento morire dentro. Ricordo quel giorno come se fosse ieri, la tua mano sulla mia che lentamente lasciò la presa per sempre.Cerco le tue mani..o forse cerco solo delle mani che afferrino la mia..Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel tuo non mostrarti sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le tue labbra riuscivano appena ad ostentare. Ed è lì nel mio dolore e nel tuo l'unica fonte a cui oggi posso attingere per ritrovare la forza...Guardaci sempre..Marco mi chiede spesso di te..è quel figlio maschio che non hai mai avuto...alla fine la vita lo ha dato anche a te.


Io posso amare 
ma ho bisogno del suo cuore 
io sono forte anche da sola 
ma da lui non voglio mai separarmi 
è stato qui da sempre 
Il mio angelo

(Gabriel di Lamb)