(Questo è un diario che scrivo in preda agli stati d'animo, sono ammessi i "refusi" non le critiche sterili...Questo è il mio mondo parallelo.... Accomodatevi senza far rumore)

L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)


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lunedì 13 luglio 2015

Quel che mi resta di te

Stasera voglio condividere con voi il dolore più grande della mia vita: la morte di mio padre. Ho scelto di farlo con un breve racconto che scrissi qualche anno fa per una iniziativa che mirava a sensibilizzare sull'importanza della ricerca e del sostegno ai familiari dei malati terminali. Ho scelto di narrare il giorno in cui morì mio padre e gli stati d'animo che mi accompagnarono.Questo breve racconto oltre che un invito a sostenere la ricerca vuole essere un invito ad affrontare il dramma della malattia,soprattutto con i bambini..Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
E' un invito che rivolgo ai genitori ma soprattutto alle scuole,ai centri di aggregazione e a tutti coloro che si trovano a far parte,in un modo o in un altro, della vita di un bambino che sta vivendo un dramma familiare del genere.Oggi fortunatamente si parla un po' di più della malattia..e anche la medicina ha fatto passi avanti, 16 anni fa affrontare di petto un argomento del genere,soprattutto con una ragazzina, era più complicato..a volte penso che parlarne spaventava più della malattia in sé. Io sono una sopravvissuta che ha trovato conforto nella scrittura..e che ha scelto di regalare le sue parole al mondo perché possano essere di conforto ad altri..

Quel che mi resta di te.

Era appena l’alba, sentii aprire la porta della mia camera, aprii gli occhi e vidi mia zia che veniva verso il mio letto; non era proprio mia zia, in realtà era la signora che viveva sotto casa mia; abitavamo nello stesso palazzo da quasi dieci anni, per certi versi mi aveva un po’ cresciuta, dunque la chiamavo zia.
Si  accostò a me e passò le sue mani fra i miei capelli, < Tuo padre sta poco bene > mi disse. Ad un tratto non vidi più il sole, ma non perché era appena mattino, ma perché capii che la notte stava calando sulle nostre vite.
 < Vestiti e vieni di là> continuò, poi si alzò, uscì dalla mia camera e chiuse la porta.
Quello che temevo da tanto si stava verificando, lo sentivo. Mi alzai di scatto, indossai un jeans e una maglietta e corsi in camera da letto da mio padre.
Appena entrai, con stupore, mi accorsi  che la camera era piena di gente, c’era mamma che piangeva, gli zii e i vicini. Guardai mia madre negli occhi, come a chiederle cosa stesse accadendo, lei mi guardò perplessa, poi mi disse : “ Va a telefonare al prete, tuo padre sta poco bene”.
E’ un incubo, dicevo nella mia mente, ok devo solo svegliarmi.
Mi guardai intorno, tutti mi guardavano impietositi, la zia, la sorella di papà, piangeva “Me niputi ancora è picciridda” , diceva in dialetto, mia nipote è ancora una bambina, il nonno cercava di tranquillizzarla e la invitava a non piangere e a farci coraggio  < Propriu pirchì è picciridda c’ha fari forza a carusa> le diceva ; gli altri zii parlavano tra di loro, per un attimo non udii più le voci, non vedevo nulla, avevo come una nube d’avanti agli occhi, mi guardavano tutti, ma nessuno osava dirmi qualcosa, a un tratto udii la voce di mia madre <Il prete, vai a telefonare al prete> diceva. Avevo appena quattordici anni, compiuti da poco,  non dimenticherò mai quel giorno. Ora a distanza di tredici anni mi domando perché fu chiesto a me di fare quella telefonata, ancora non ho trovato una risposta.
Mi recai in cucina, dall’elenco telefonico presi il numero del parroco e lo chiamai.
Il telefono squillava, non riuscii a trattenere il pianto, appena il parroco rispose, la voce mi uscì appena, ma riuscii a pronunciare quelle fatidiche parole “ mio padre sta morendo, le chiedo l’estrema unzione”, lui comprese subito chi ero, il mio quartiere all’epoca era piccolo, poco popolato, mi rispose arrivo e mise giù il telefono.
Misi giù la cornetta e corsi in camera da mio padre, lo guardai dimenarsi nel letto, muoveva il capo di qua e di là, come se volesse dire qualcosa, aveva i tubicini dell’ossigeno inseriti sul naso  e muoveva le labbra, voleva dire qualcosa.
Tutti i presenti mormoravano tra di loro, “Sta delirando, dicevano, criaturi, u signuri so voli beni si l’avissi a chiamari”, pover’uomo, Dio se gli  vuole bene dovrebbe prenderlo con sé, mormoravano in dialetto. Non li sopportavo,  “Siete voi che delirate - dissi guardandoli negli occhi uno per uno - mio padre vuole dire qualcosa, fatemi la cortesia di tacere, cosi che possa sentire le sue parole”.
 Ad un tratto calò il silenzio, uscii dalla stanza, allorché mi guardarono perplessi, di sicuro si stavano domandando dove stessi  andando. Andai in cucina, presi un fazzoletto di stoffa e lo bagnai con dell’acqua, dopo tornai in camera e mi sedetti al capezzale di mio padre. Iniziai a bagnargli le labbra, cosi che gli si ammorbidissero, in modo che parlare gli venisse meglio. Aprì gli occhi, li sgranò e guardò dritti i miei, “Mi raccomando - sussurrò tenendomi la mano - mi raccomando”. Tranquillo papà gli dicevo, tranquillo, sta arrivando il medico, passerà, anche questa volta, fece cenno con la testa di no, “Mi raccomando” ripeté di nuovo .
Sapeva che stava morendo, mi domandai cosa volesse dirmi quando non diceva nulla e si limitava a guardarmi. Il suo sguardo era a tratti intenerito ad altri stupito.
Lo guardai negli occhi e distolsi lo sguardo, a quel tratto sentii i suoi silenzi, li sentii come fossero i miei , erano i nostri silenzi, i miei e i suoi.
Li udii, dicevano molto più delle nostre parole, ma le stesse identiche cose.
Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel suo non mostrarsi sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le sue labbra riuscivano appena ad ostentare.
Morì tra le mie braccia, mentre gli tenevo la mano, ad un tratto non sentii più la presa, compresi allora che papà non c’era più, non era più con me, nonostante stesse muto e immobile in quel letto.
Per quattro anni, dopo la sua morte, ogni sera mi sono affacciata alla finestra sperando di vederlo arrivare, poi ho smesso, ho capito che non sarebbe mai potuto ritornare a casa, allora sono andata via.
Ho lasciato la nostra casa, quella casa troppo piena per far spazio al vuoto che accompagnava le mie giornate, troppo piena di lui perché altro potesse trovare posto, troppo piena di morte perché potessi ritrovare la vita.
Dopo di allora, dal mio trasferimento in Toscana, tutte le sere mi sono affacciata alla finestra, ho guardato il cielo e  mi sono chiesta su quale pianeta  vivesse.
Anch’io ero lontana da casa, ma casa non era lontana da me, perché stava in fondo al mio cuore, compresi allora che le distanze sono solo apparenti, che vi è una sola distanza capace di dividere, è quella tra  due cuori, quando questa non esiste non si è mai lontani abbastanza.
Per anni, dopo la sua morte, il senso di colpa ha logorato la mia vita. Quel non aver potuto far nulla fu per me come averlo ucciso.
Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
Si muore anche cosi pur rimanendo vivi, ero sopravvissuta  alla morte ma non alla vita.
E' come quando combatti una guerra e i tuoi compagni sono tutti caduti, sei un superstite vivo per metà.
Quando Papà combatté contro il cancro, ero il soldato che lo fronteggiava, morì tra le mie mani, e non potetti far nulla, da quel giorno la mia vita è stata una battaglia contro il dolore, contro i rimorsi interiori, una battaglia per la vita, per ritrovare la vita in quella morte dell'animo. Solo ora, a distanza di anni, comprendo di averlo , invece, accompagnato verso il suo ultimo viaggio, tenendolo per mano.
Negli anni gli ho scritto tantissime lettere, con  mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita, l’inchiostro è silenzioso, solo il foglio può udirlo, lui non vede me,  legge il mio io.
Lettere a mio padre è un “gioco” che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere.
Conosco me stessa raccontandomi a lui, conosco il mondo con la riflessione, i ricordi sono frammenti che si ricompongono, così le sue parole riemergono e i suoi insegnamenti rimangono presenti nel tempo.
Oggi ringrazio il cielo, per quelle corse in bicicletta, per  le ginocchia sbucciate che mi ha medicato, per quelle giornate su una ruspa in cantiere, per quella gru  con la quale arrivava in cielo e mi donava il sole, per quel bacio in fronte, dato piano mentre dormivo, per quello schiaffo di educazione, per quegli occhi pieni di vita l'istante prima della tua morte, per quel sorriso di speranza l'istante in cui si stavano chiudendo: per quel suo mi raccomando tesoro sorridi, quando  la sua  mano  lasciò lentamente la presa  per  abbracciarmi tutta la vita.
Oggi dico grazie papà per gli insegnamenti, i pensieri e l'amore che sono sopravvissuti al tempo.
Quando la vita ti nega un abbraccio tu puoi donarle un sorriso. Alcune poesie, a lui dedicate, ritrovate nei miei diari fanno parte di un libro, con il ricavato ho scelto di sostenere la ricerca; per tutti quelli che ce la faranno e per tutti quelli che non ce l'hanno fatta, perché aiutare la ricerca è dire SI alla vita.
Solo certi eventi ci aprono gli occhi su cosa le comodità ci hanno portato ad essere, schiavi del nulla, delle mode, schiavi di se stessi, del voler di più.
Solo perdere l'amore delle persone a noi care, ciò che per certi versi abbiamo sempre considerato scontato, ci fa aprire gli occhi verso un nuovo mondo, fatto di piccoli gesti, piccole cose, non dovuti, ma voluti.
La ricerca è vita, è non negare il sorriso ad un bambino, la gioia ad un genitore, l'amore ad un compagno.

lunedì 6 luglio 2015

..

Questa notte sono stata con un altro uomo, forse nessuna donna avrebbe il coraggio di dirtelo, per orgoglio, pudore, o per quel vago senso di appartenenza all'altro che continua ad accompagnarci nel tempo (anche quando l'altro non ci vuole più) e ci fa sentire in colpa se diventiamo la donna di un'altro.

Una volta ti feci una promessa, ti dissi che tra di noi nulla sarebbe mai stato taciuto, ed ecco che oggi la rispetto, anche se non fu siglata da un sacramento, da una fede al dito o da un ciondolo a metà. Quella promessa la feci al mio cuore e oggi,come ieri,continuo a parlarti con lo stesso in mano.
E' iniziato tutto per un mio capriccio, per dimostrare a me stessa che il mio corpo poteva ancora essere attraente, se non per te, per un altro uomo.
La bellezza è un'arma a doppio taglio, a volte nel ferire chi la subisce uccide chi la possiede. È un complesso armonico: immagine e essenza. Ma spesso bellezza e intelligenza collidono anziché fondersi. Le donne belle e intelligenti raramente sono armoniche. Difficilmente trovano un equilibrio. Sempre "costrette" a stare sul piede di guerra, a uccidere la propria immagine per affermare il proprio essere. Nella vita mi è capitato di tutto, tranne che un uomo non mi trovasse più attraente, come era accaduto a te. Volevo che mi desiderasse, che impazzisse dalla voglia di avermi. Volevo far pagare a lui i conti in sospeso con te. 
Dopo cena lo invitai a salire da me per un drink, non so neanche da dove mi uscì fuori tutta quella intraprendenza..generalmente sono più impacciata con gli uomini, tranne quando metto in atto i miei giochi di seduzione, ma era la prima volta che non lo facevo al bancone di un bar o nella pista di una discoteca e solo ed esclusivamente per attirare l'attenzione di un altro. 
Dopo il drink con una banale scusa lo spinsi verso la camera. Portare un uomo in camera da letto è un gioco semplicissimo. 

“Queste scarpe sono terribili. Adoro i tacchi a spillo, conferiscono sempre un tocco di sensualità al vestito e di conseguenza all'immagine. Ma devi sapere che sono terribili. Una sofferenza che voi uomini non capirete mai. Ho bisogno di toglierle.” dissi mentre mi recavo in camera da letto. Lui ovviamente mi seguì. 
Posso? Domando. 
“Mettiti a tuo agio – risposi- mentre seduta sul letto mi sfilavo la scarpa e iniziavo a massaggiarmi le gambe. “Ho i muscoli tutti irrigiditi. Ti dispiace se mi distendo un po?” dissi.

Lui mi guardò stupito, non aveva mai visto in me la donna intraprendente che ora si trovava davanti, ma nonostante ciò continuò a vedere la vera donna che si trovava davanti. Nascondere me stessa è un gran casino, potrei fare qualunque cosa, ma nulla servirebbe a farmi apparire diversa da quella che sono. Mi distesi di fianco sul letto e lui si mise accanto a me. Iniziò ad accarezzarmi i capelli e a massaggiarmi la schiena. Ero immobile. Non collaboravo né mi ritraevo. A un certo punto mi chiese se l'uomo che volessi li in quel momento era lui e se lui stava facendo la cosa giusta o meno.
Rimasi in silenzio, forse mi vergognai dell'idea perversa che durante la serata aveva gironzolato per la mia testa e che che poi sul momento si era affievolita. Quali parole avrei potuto usare per spiegare a un uomo che lui era lì per pagare i conti di un altro? Di un altro che la sera prima non era stato in grado di fare l'amore con me, solo perché io lo amavo..e questo aveva cambiato le cose. Un semplice ti amo era bastato per mandare all'aria 8 mesi, la complicità,l'armonia..i sorrisi, lo stare bene insieme, mentre per me non era cambiato nulla e il fatto che non mi amasse nella comune maniera non mi dispiaceva, mi dispiaceva di più che non fosse più in grado di farlo in un letto, perché un uomo e una donna sono realmente se stessi solo quando fanno l'amore. Il corpo non può mentire, né palesare il contrario. E se lui non riusciva più ad amarmi in un letto la nostra storia era davvero giunta al capolinea. Come spiegarli tutto quello che mi passava per la mente?
Mi alzai dal letto e mi recai in salotto. Questa fu la mia risposta immediata. E l'unica che fui poi in grado di dargli fu: giusto o sbagliato. Buoni o cattivi. Ormai non conta..conta che ho voglia di andare a dormire. Così con poca delicatezza lo misi alla porta.
Oh mi Dio da quando gli uomini si chiedono se sia giusto o meno scoparsi una donna? Mi sentivo uno schifo, incapace di scucirmi di dosso la mia immagine da fanciulla innamorata e dai sani principi. Che stupida! L'uomo che amavo non era riuscito a fare l'amore con me e gli uomini che frequentavo mi portavano rispetto. Ma cosa se ne dovrebbe fare una donna della stima di un uomo?
Io volevo amore.

(Amori (IN)versi)





venerdì 3 luglio 2015

L'amore era un gioco pericoloso e sublime, su uno sfondo di carte da lettere e da poker

Io immaginavo, tu invece su di noi ci hai sempre visto chiaro.
Una scrittrice e un giocatore di poker! Non poteva funzionare.
L'amore era un gioco su cui non avresti mai scommesso un soldo. Le donne una mano sulla quale non avresti mai puntato una seconda volta; ed io quella mano su cui avresti giocato gli ultimi spiccioli. La stessa mano che poi avrebbe accarezzato il tuo volto e centimetro per centimetro il tuo corpo. Quella mano dove avresti trovato l'effimero piacere della vittoria dopo esserti visto sfuggire un All-in.
Per me, invece, l'amore era una storia tutta da scrivere, da scrivere a quattro mani. Le stesse mani che scivolavano sulla mia pelle fino all'estasi. Le stesse mani che si incrociavano, si tenevano, mentre i nostri corpi si plasmavano. Le stesse mani che adoravo baciare, mordere, leccare, mentre mi possedevi e ti sentivo godere.E ansimavo di piacere nel sentire il tuo fiato sul mio collo e la tua lingua sussurrare al mio orecchio.

L'amore era un gioco pericoloso e sublime, su uno sfondo di carte da lettere e da poker, in cui l'Eros prendeva il sopravvento su entrambi. Sul quel letto ognuno di noi giocava la sua partita, tu con il tuo asso nella manica ed io con la mia penna tra le dita. E scrivevo, scrivevo sul tuo corpo le regole del gioco che tu dettavi sul mio.  

Amori (IN)versi


....

C'è stato un tempo in cui ho erroneamente pensato che tu avessi bisogno di me. Avevo la sciocca convinzione di poter essere la cura dei tuoi mali, o forse avevo il terribile desiderio di esserlo, di essere per te un motivo per cui valesse la pena vivere e affrontare la realtà, soprattutto quando questa non ci piaceva. Ricordi? Una mattina mi svegliai con la frase del D'Annunzio che mi gironzolava per la testa: “Cum lenitate asperitas.” (Le difficoltà vanno trattate con dolcezza). Come sempre la tua risposta fu molto vaga, non mi lasciasti intendere se ti facesse o meno piacere il fatto che io volessi prendermi cura di te. Oggi mi domando se fu solo perché non volevi ferirmi. Forse ti apparsi anche patetica, sì perché ormai la dolcezza appare spesso patetica. L'odierna società e lo squallore che ci propone hanno finito per mortificare il romanticismo, e hanno fatto calare su di esso un velo patetico.Questo è realmente patetico. Forse hai voluto solo evitare di arrecarmi un dispiacere, ma oggi non posso fare a meno di dirti che sono fiera di me per il fatto di essere stata dolce e di avere avuto il coraggio dei miei sentimenti, correndo persino il rischio di apparire patetica davanti ad un altro. Questo è amore, solo amore. Chi correrebbe diversamente il rischio di mettersi in ridicolo davanti a qualcuno? Ma a me apparire non è mai importato. Lo so che la gente nel mostrarsi spesso finge, per apparire più intelligente o meno stupida, ma a me è sempre e solo interessato essere me stessa. La reputazione crea il personaggio, il carattere fa la persona. Del resto se qualcuno non mi ama per come sono non lo farà di certo per come non sono.



il tempo della Resa

Oggi ho riflettuto sul fatto che non scrivo lettere a mio padre da diverso tempo ormai, da quando ho iniziato questa fitta corrispondenza con te. Forse sarà per il fatto che finalmente i miei monologhi interiori hanno incontrato il mio emisfero femminile, con mio padre non mi sarei mai sentita libera di parlare così, e non mi sarei mai permessa per via dell'educazione rigida e pudica con la quale mi ha cresciuta. Sai a volte penso che questa ha influito tantissimo nel rapporto con la mia sessualità, pensandoci bene forse mi sono liberata da quei tabù sociali che erano diventati per me dei limiti solo dopo aver fatto l'amore con te.

“Tu fusti il tempo della Resa…
Armonica melodia tra virtù e peccato…
Spoglia d’ogni paura rinacqui Vergine d’ogni Concetto”.

Una volta mi sembra di averti parlato di lettere a mio padre. Lettere a mio padre è un “gioco” tutto interiore che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere. Con mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita e pure i migliori litigi, quelli più costruttivi, cosi per non permettere alla morte di dividerci ho lasciato che la vita continuasse a tenerci uniti, attraverso questa corrispondenza platonica. I ricordi sono frammenti che si ricompongono, cosi le sue parole hanno sfidato il tempo e i suoi insegnamenti sono sopravvissuti allo stesso. Raccontandomi a lui ho incontrato me stessa, poi all'improvviso sei arrivato tu ed è con te che ho finalmente incontrato il mio emisfero femminile.


Non prendermi per matta, ogni Donna che ha un grande vissuto ha un diario che è un gran bagaglio, emotivo e culturale. Sono nati cosi i più grandi capolavori della letteratura Italiana e straniera.

Amori (IN)versi


Berbenismo.

Stamani al mio risveglio ho trovato una email di facebook in cui si diceva che una mia foto era stata rimossa perché contenente scene di nudo, a parte il fatto che non c'è nessun nudo, e quello che facebook dovrebbe avere standard più ristretti per quanto riguarda l'utilizzo del social ai minori, non previsto ma non rispettato. Non rispettato soprattutto dai genitori degli stessi che però si scandalizzano di un contenuto perché un bambino potrebbe vederlo,quando in realtà il bambino non dovrebbe avere accesso al social e non al contenuto. E' molto più semplice che un bambino acceda ad immagini realmente forti, da riviste pubbliche e tv..a portata di mano. Lasciando perdere questo ho deciso di far partire il contenuto dal mio blog privato.

E' semplice giudicare una donna dall'abito che porta,come lo è pensare di poterci provare solo per il fatto stesso che lo indossa. I fatti di cronaca continuamente fanno entrare nelle nostre case casi di inaudita violenza, fisica e psicologica..in oriente,come in occidente. Casi di donne stuprate perché ritenute provocanti,casi di donne lapidate perché ritenute adultere (in realtà donne innamorate costrette a matrimoni di interesse)..Le mie foto un po' più osé non hanno l'obbiettivo di provocare, bensì quello di essere una provocazione contro la visione sterile che il mondo ha della donna..la femminilità non va ostentata ma neanche nascosta..la bellezza non va mortificata, in oriente con un velo e in in occidente con un velo pietoso di perbenismo che ci rende ciechi e ci fa giustificare VIOLENZE, fisiche e psichiche, CHE APPARTENGONO ALLA NATURA DELL'UOMO E NON ALLA FEMMINILITA' DELLA DONNA.

Posto di seguito la foto e la discussione che ne è scaturita. in fine il mio ultimo commento in risposta:






di seguito l'ultimo commento in cui spiego brevemente perché non ho chiamato i carabinieri..che per forza di cose, sarebbero arrivati tardi..
Tu hai ragione ma purtroppo, e lo so per esperienza personale, le autorità in molti casi non possono far nulla, a volte per la prassi da rispettare ( non possono dunque abusare del proprio ruolo se non colgono il tizio sul fatto..) altre volte per insufficienza di prove. Poco prima di questa vicenda un signore aveva segnalato a un vigilante un extracomunitario che aveva urinato dietro un arbusto, il vigilante ha fermato il tizio segnalato, gli ha controllato i documenti (in questo caso aveva una motivazione: accertarsi il regolare permesso di soggiorno) e poi suo mal grado ha dovuto mandarlo, facendo poi presente al signore che lo aveva segnalato che poteva andare a sporgere una denuncia per atto osceno in luogo pubblico. La denuncia ovviamente sarebbe passata in archivio fino ad una eventuale udienza..udienza nella quale la parte accusatrice avrebbe potuto portare come prova la sua sola testimonianza, contro quella dell'altro..e avrebbe corso il rischio di vedersi fatta una contro denuncia per calunnia, incentivata magari da sentimenti di razzismo contro un povero extracomunitario. Nel mio caso sarebbe accaduto lo stesso...e la foto? Be' aveva solo una mano poggiata sui genitali...magari aveva prurito e non avendo meglio da fare si stava "grattando le palle", scusate la volgarità. Purtroppo in Italia la legge non sempre va di pari passo con la giustizia e te lo dice una che ha visto autorità non poter tutelare i suoi figli minori, oltre ad essersi beccata una denuncia ( ancora in attesa di causa) per quella che io definisco onestà intellettuale e che il codice penale chiama calunnia. Quindi, ormai, non per codardia (con la mia ragione andrei anche in galera) ma per la responsabilità genitoriale nei confronti dei miei figli, per il fatto che devo crescermeli e non potrei da dietro le sbarre, sono costretta dal sistema a chiudere la bocca...ma non gli occhi. Questo da Donna e da persona giuridica, ma soprattutto da mamma, mi rammarica. Mi rammarica dover far finta di non vedere, ma non sempre abbiamo altra scelta..io per fortuna spezzo il silenzio attraverso la narrativa: racconti di denuncia..ma di pura fantasia...è la legge..non un caso di coscienza.

lunedì 29 giugno 2015

al mio amore


E' strano l'amore si consuma tra quattro mura ma i rapporti rimangono spesso appesi a un filo,come i discorsi al telefono,le conversazioni in chat, gli sms. Consumiamo milioni di parole e alla fine ci amiamo in silenzio, che lo facciamo in un letto o da dietro lo schermo di un pc non cambia il fatto che il linguaggio dell'amore è silenzioso e udito solo dagli stessi amanti. Ci stiamo amando anche ora da due capi opposti del mondo: io sto scrivendo e tu mi stai leggendo.

"Abc bca" , all'alfabeto degli amanti non occorre un linguaggio fluido e scorrevole, nessuna regola,nessuna grammatica..nessun lettore in tre lettere ripetute e buttate a caso può scorgere un significato, se non l'autore stesso e il destinatario dall'altro lato.
Ogni viaggio è un addio...non torniamo mai gli stessi né troviamo mai tutto come lo avevamo lasciato. Ma la distanza più grande non è quella che traccia la strada, bensì quella che divide i passi.
Ci siamo detti addio un milione di volte per poi tornare sui nostri passi. Ciò che mi piaceva di noi era la nostra innata capacità di ritrovarci..di ricostruirci di volta in volta, come tasselli di un puzzle che tornavano al loro posto, restituendo al dipinto il suo originale equilibrio: sintonia perfetta di forme e colori.
 Mi piaceva il tuo fare distratto seguito dal tentativo di rimediare.Mi piaceva la dolcezza che mettevi nel farlo. Mi piacevano le parole che non trovavi e i gesti con i quali le sostituivi. Adoravo la tua mano che scivolava sulla mia..quell'intreccio di dita e di vite..vite imperfette che si incastravano l'una nell'altra, mentre il silenzio iniziava a narrare. Le ho ancora scritte sulla mia pelle quelle parole che non hai mai trovato. Ogni tanto mi accarezzo e risfoglio quelle pagine, che sono ormai un ricordo lontano, e mi dico che forse avremmo dovuto cercarle quelle parole..avremmo dovuto farlo al suo tempo, quando ancora avevamo la capacità di ricomporci, ma per qualche strano motivo abbiamo lasciato che a dettarle fosse il silenzio..e a un certo punto non le abbiamo più udite. Ora è giunto davvero il momento dell'addio, nessuno di noi tornerà sui suoi passi..passi troppo distratti. Questo è il mio ultimo saluto: Mi piace pensare che quando un uomo e una donna raggiungono insieme un'altra dimensione il viaggio ha un senso anche se non un arrivo. Grazie per ogni singolo momento nostro:

" Dopo aver fatto l'amore ci addormentavamo abbracciati. Le nostre gambe incrociate ci incatenavano,come le nostre dita: mani nelle mani. Adoravo sentirmi incastrata e mi sento ancora cosi, anche se non ci sei più. La cosa che mi piaceva è che col tempo anche tu hai iniziato a cercare quel contatto intimo,che andava oltre l'amore fisico.Amare qualcuno è sempre una scelta; l'amore, invece, è un atto di totale abbandono. Ricordo ancora la prima volta che le tue dita lentamente si incastonarono tra le mie, ne fui sorpresa. Come mi sorprese il fatto che dopo un po' dormire abbracciati diventò naturale anche per te,come cercare il contatto nel sonno e non la propria parte di letto...."