(Questo è un diario che scrivo in preda agli stati d'animo, sono ammessi i "refusi" non le critiche sterili...Questo è il mio mondo parallelo.... Accomodatevi senza far rumore)

L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)


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sabato 10 settembre 2016

Chat room. La trappola del piacere.

Ero lì. Ero dietro quella risposta che scrutava di nascosto; che attendeva con ansia e con fare distratto, mentre io continuavo a far finta di nulla. Mentre cambiavo le lenzuola del nostro letto. Avevo iniziato a cambiarle spesso, quasi tutti i giorni,  perché non sopportavo più l'odore dei nostri corpi, il sudore che le impregnava mentre facevamo l'amore come se nulla stesse accadendo o sarebbe potuto accadere. Agli occhi della gente eravamo una coppia consolidata, ai miei una di quelle coppie che si era persa nei meandri dell'abitudine, nonostante i miei vani tentativi di riaccendere il desiderio e i giochi erotici a cui mi prestavo per sentirmi ancora sua. Avevo pensato erroneamente che potessero bastargli, ma scoprii per caso che non gli bastavano. Cercava il mistero. L'illusione lo intrigava terribilmente, così lasciai che si lasciasse trasportare nell'ignoto, nello stesso ignoto in cui mi lasciava vagare e in cui lo stavo riconducendo, senza darglielo a vedere. Creare personaggi era un'arte che mi apparteneva. Il mio copione non sarebbe stato tanto diverso dal suo. La rete che mi stava tessendo era la stessa su cui sarebbe rimasto prigioniero.
Il dolore era tornato ed era per me un coltello, lo stesso di sempre. 
Un coltello affilato capace di trafiggermi e frugarmi dentro. Un coltello che spingevo fino in fondo. Dovevo morire per rinascere poesia.


venerdì 9 settembre 2016

Educate i vostri figli al rispetto dell'ambiente che li circonda, ma non permettete all'ambiente che li circonda di limitarne la fanciullezza.

Spett.le sign -------------------------

In relazione al rapporto che intercorre tra me e la sua persona, relativo alla locazione dell' immobile sito in via ---------, piano primo, di cui è proprietario e del quale sono affittuaria a partire dal primo di Giugno dell'anno corrente, comunico quanto segue:

Essendo venuto meno il pacifico godimento dell'immobile, secondo quanto previsto dalle leggi vigenti in materia (v. art. 1585 c.c.) chiedo chiarimenti a tal proposito ed esprimo la mia volontà di continuare ad usufruire dell'immobile nei modi e nei tempi consentiti dalla legge.
Di seguito espongo i miei diritti e le modalità in cui ritengo siano venuti meno.

Il pacifico godimento dell'immobile prevede che l'inquilino affittuario possa godere dello stesso in modo indisturbato e che il locatore percepisca per ciò un canone mensile. Ad oggi ho regolarmente pagato l'importo di locazione, in contanti ed entro il giorno 10 di ogni mese, ma ahimè, ogni qual volta mi sono sentita richiamare per problemi legati al condominio, di cui, come le è noto, facciamo parte solo due famiglie: la mia e quella di suo fratello. Ritengo che ciò non dovrebbe interferire nel rapporto che intercorre tra me e lei, ma essere discusso in maniera democratica, anziché totalitaria, in una riunione condominiale. Come ben saprà in ogni condomino è presente un amministratore e un'assemblea che vaglia doveri e oneri, ma è anche vero che nel caso specifico l'assemblea sarebbe composta da soli 2 condomini e venirne a capo senza l'ausilio di un amministratore sarebbe difficile, considerando anche i conflitti che vanno al di là del contratto tra le nostre due parti, e sfociano in problematiche familiari nelle quali non è mia spettanza entrare, né vostra mettermi in mezzo. Precisato ciò, non ritengo di essere venuta meno ai doveri di condomine, né a quelli di affittuaria. Ogni mese ho pagato l'affitto e ogni settimana lavato regolarmente la scala e il portone di ingresso, andando incontro alle mie esigenze, per orari e giorni, come del resto gli altri condomini, che durante i mesi estivi, essendosi trasferiti temporaneamente nella casa delle vacanze, hanno usato l'abitazione sporadicamente e sono venuti meno ai doveri di pulizia della scala, ma non ad accettarsi se io la pulissi o meno. Di conseguenza ogni mese, in maniera piuttosto frequente, lei mi ha fatto presente che la scala non era pulita come desiderava la signora, nella persona di sua cognata, e anche che i miei figli erano rumorosi ed utilizzavano le scale per uscire o entrare dal palazzo più volte al giorno. A tal proposito le faccio presente che il numero di volte in cui una persona esce ed entra dalla propria abitazione, non dovrebbe essere materia di interesse del condomino, in quanto l'utilizzo delle scale e dell'aria di ingresso ad un'abitazione è un diritto di chi ci vive. Pertanto i miei figli sono liberi di scendere a giocare in cortile e di salire a casa anche 10 volte in un paio di ore, se hanno necessità fisiologiche, come andare in bagno, bere, mangiare, o bisogno di prendere un giocattolo e cos'altro possa spingere 2 bambini ad interrompere il gioco e recarsi a casa propria, nel rispetto degli altri condomini, ai quali non suonano il campanello nel farlo. Ritengo inumano limitare la libertà di due bambini, come ritengo un'arrampicata sugli specchi affermare che la polvere per le scale dipenda esclusivamente dalle volte in cui entrano ed escono, perché, converrà con me, che ci sono fattori esterni ed ambientali che interferiscono, per dirla in parole povere: se nelle scale entra la piuma di un volatile o la foglia di un albero, dipende sì dal fatto che è stato aperto il portone di ingresso, ma anche dal vento esterno e dallo sporco presente nel suolo esterno al palazzo, la cui pulizia spetta al comune, non essendo una proprietà privata, ma che nei casi presi in esempio dipende da fattori ambientali che lo stesso non può evitare, in quanto si parla di fenomeni naturali di piccola entità. A tal proposito ritengo inopportuno che lei, forse su invito degli altri inquilini, continui a farmi presente che la scala è sporca e che va pulita, poiché la pulizia spetta alla mia persona una volta alla settimana, fatta eccezione (per educazione) di alcuni casi in cui io o i miei figli sporchiamo involontariamente le scale, come ad esempio se sgocciola del gelato o latro, casi in cui, non sono venuta meno, pulendo la scala anche se le avevo pulita il giorno prima.
Gli altri condomini mi sembrano intransigenti quando si parla di me ma tolleranti quando si tratta di loro, poiché spesse volte lasciano nelle scale di uso comune, come l'ingresso, oggetti personali, come confezioni di acqua, borsoni per lo sport e oggetti vari, anche costosi. Oggetti incustoditi che qualora si perdessero, probabilmente, vedrebbero accusati i miei figli di 7 e 9 anni o qualche amichetto della stessa età che entra ed esce da casa mia, mentre giocano. E' inutile dirle che la curiosità dei bambini non può essere del tutto controllata, soprattutto in un ambiente esterno a quello domestico, come la scala, pertanto la informo che non risponderei mai in caso di un eventuale smarrimento di oggetti lasciati incustoditi da adulti. Le dico ciò perché tempo fa mi capitò di trovare per le scale un oggetto che sembrava l'elica di un aeroplano per bambini, ma in realtà era un oggetto tecnologico ( elica di un drone) utilizzato per fare fotografie dall'alto. Converrà con me che se al mio posto ci fosse stato un bambino, probabilmente, incuriosito lo avrebbe preso. Fortunatamente non è accaduto, ma viste le divergenze è bene far presente che lasciare oggetti incustoditi è responsabilità di chi lo fa.
Considerando che gli altri condomini si curano parecchio dei miei doveri, ritengo giusto farle presente che vengono meno ai loro e in diversi modi: uno, come appena detto, lasciando oggetti incustoditi per le scale, due parcheggiando continuamente la macchina attaccata al portone di ingresso, non lasciando lo spazio previsto dalla legge, limitando il passaggio, con annesse difficoltà nel salire buste della spesa e quant'altro.

Un altro fattore di discussione è quello relativo ai rumori di due bambini, che non posso né voglio immobilizzare o mettere a tacere. Per tanto invito i vicini ad agire secondo quanto previsto dalla legge in materia di inquinamento acustico, rivolgendosi ai vigili urbani o all'organo di competenza, nello specifico: l’Arpa (Azienda Regionale per la Protezione dell’Ambiente).

La materia è disciplinata dall'articolo 844 del codice civile, che funge da faro in materia di inquinamento acustico, prevedendo due distinte azioni a favore del soggetto danneggiato: una rivolta all'eliminazione della causa, e l’altra di carattere personale, volta al risarcimento dell’eventuale danno ex art.2043 c.c.
Occorre tuttavia precisare che l’accertamento della normale tollerabilità deve essere valutato da un tecnico, che sia in grado di stabilire se le immissioni sonore eccedano o meno la soglia di tolleranza e se la salute degli interessati subisca o possa subire un pregiudizio apprezzabile. Va comunque evidenziato che l’intervento dell’Arpa deve essere solo quando i rumori siano continuativi e dimostrabili. Una volta stabilito con un tecnico l’effettivo disturbo, è possibile richiedere appositi provvedimenti.

Dal mio canto non penso che i rumori dei miei figli costituiscano inquinamento acustico o siano frequenti e nelle ore di riposo, ma sono disponile a lasciarlo accertare dagli organi competenti, che vi ho citato di sopra per venirvi in contro, vista la mia volontà di risolvere le cose in maniera pacifica e a norma di legge.

Non mi dilungo oltre nell'elencare le problematiche del caso, che lei conosce, ma la invito a regolarizzare la mia posizione e a mettermi nella condizione di poter usufruire dell'immobile senza subire molestie, quali i continui richiami. Inoltre la invito a fornirmi un codice iban o le coordinate di una ricaricabile, dove poter effettuare il versamento relativo al canone di locazione, evitando così incontri e dibattiti, augurandomi che non venga a suonare il campanello, come avvenuto fino ad oggi, per richiamarmi, cosa che se ritiene opportuna e motivata, potrà fare rivolgendosi ad un legale che prenderà contatti con me e con l'eventuale avvocato a cui affiderò la controversia.
La invito inoltre a provvedere ai lavori di cui necessita l'abitazione da me in uso, ai quali ad oggi non ha ancora provveduto, come la riparazione della caldaia, in considerazione del fatto che andiamo incontro a temperature invernali e con due bambini avrò necessità di usufruire dell'impianto di riscaldamento, attualmente non funzionante a causa dei problemi della stessa. Faccio inoltre presente di aver dovuto munire l'immobile di uno scaldabagno e di averlo fatto a mie spese, per i medesimi problemi, da lei conosciuti al momento della locazione.
Qualora desiderasse, come espresso formalmente nell'ultimo incontro avvenuto tra noi, la cessazione del rapporto che intercorre e senza preavviso, mi vedrò costretta a richiederle, come previsto dalla legge, il versamento del corrispettivo pari a 6 mesi di locazione o i costi dell'eventuale trasloco, avendo da soli tre mesi affrontato tali spese e non essendo nella condizione economica di poter far fronte alle spese inerenti allo smontaggio e montaggio dei mobili e al canone per l'allaccio delle utenze, da me affrontate di recente nell'abitazione sopra citata.

La prego di farmi pervenire una risposta formale per mezzo raccomandata, evitando di venire a disturbare il sereno svolgimento delle mie mansioni quotidiane. Le ricordo inoltre che se decidesse di lasciarmi l'abitazione in uso, dovrà farmi avere le coordinate bancarie o postali per effettuare il pagamento della mensilità e in concomitanza provvedere ai lavori di cui necessita l'immobile, inclusi nel mensile che sono tenuta a versare e ai quali è tenuto a provvedere dal momento in cui percepisce dei soldi che non mi piovono dal cielo e che con enormi sacrifici e grande dignità provvedo ogni mese a pagare..
Resto in attesa di un suo gentile riscontro, che diversamente dovrò richiedere attraverso l'ausilio di un legale, con conseguenti costi a suo carico.


Cordialmente.  

(Lettera di una madre che vive in condominio. .Educate i vostri figli al rispetto dell'ambiente che li circonda, ma non permettete all'ambiente che li circonda di limitarne la fanciullezza.)


lunedì 5 settembre 2016

Il cammino dell'amore.

Sto aspettando il mio uomo, o almeno lui dice di esserlo ancora, anche se a volte ho l'impressione che non lo sia più. Non arriva. Avevo un impegno importante, ma lui non arriva. Sono in auto, ancora lo aspetto. Non arriva. Mi sento quasi scema, trattengo le lacrime,mentre mi chiedo dov'è e con chi. È uscito stamani alle 8 e non mi ha neanche svegliata. E' andato via in silenzio, lo stesso silenzio assordante che in questo periodo accompagna la nostra storia. Non è andato a lavoro. Non so dove sia con certezza e ho paura che sia troppo lontano, troppo lontano da me, per riuscire a sentire le mie paure, le paure che ogni giorno, nel silenzio assordante, mi tormentano. Forse è stanco. Stanco di me e della mia vita complicata. Ho paura che da un giorno all'altro, uscendo di casa, chiuda la porta per sempre, in silenzio. Ho paura di perderlo, ma in questo momento mi sto domandando se forse non l'ho già perso nel silenzio delle parole che non riesce a dirmi. Credo abbia voglia di una vita nuova, di un amore più semplice di quello che una madre può offrirgli. Vorrei che le trovasse quelle maledette parole da dirmi...anche una sola, un ti amo o un addio. Il silenzio no. Il silenzio fa troppo male e troppo rumore, quello dei ricordi, di come eravamo e di come vorrei ritornassimo ad essere.
Le auto passano, qualcuno di sfuggita accenna ad un saluto, nessuno pensa mai che dietro un ciao possa nascondersi un addio, eppure la vita è imprevedibile. Lo schianto è sempre questione di un attimo, una distrazione può costare la vita, come la vita di un amore.
Ieri, per caso, ho acceso il pc e mi sono trovata davanti le notifiche delle tue chat. E' bastata una tua distrazione a distruggere ogni mia certezza...E' bastato lasciare memorizzata la password e aperto l'account, per farmi vedere una realtà che ignoravo. E' bastata una mia distrazione a far sì che tu cercassi amore da un'altra parte, attenzioni in un'altra donna. Ho sbagliato. Ora osservo le auto in corsa e mi accorgo di averti lasciato andar via, ignoravo che un ciao potesse celarsi un addio, ignoravo che il silenzio potesse aprire le porte ad un altro dialogo e chiuderle ad un amore. Sono ferma. La mia auto e ferma, mentre tutte le altre percorrono le strade della vita per raggiungere la propria metà. Qualcuno va via, qualcuno fa ritorno. Nel rumore assordante del nostro silenzio e nel rumore della città, giro la chiave e metto in moto la mia auto, la mia vita. Vengo a raggiungerti e ti chiedo di venirmi in contro, perché una distrazione non può costare un amore.



lunedì 7 marzo 2016

Rosa Maria. : "La condizione della donna in Sicilia attraverso l...

Rosa Maria. : "La condizione della donna in Sicilia attraverso l...:



In occasione della festa della donna con il prof Giovanni Sarruso abbiamo pensato di pubblicare un nostro breve saggio dal titolo: "La condizione della donna in Sicilia attraverso la letteratura". 
Abbiamo deciso di rendere il testo fruibile a tutti e quindi gratuito. Attualmente è disponibile in versione Pdf sul sito Lulu.com, potete scaricarlo dal seguente link. Entro le 48 ore sarà disponibile in versione Epub su Amazon. Speriamo sia di vostro gradimento. Buona lettura





lunedì 13 luglio 2015

Quel che mi resta di te

Stasera voglio condividere con voi il dolore più grande della mia vita: la morte di mio padre. Ho scelto di farlo con un breve racconto che scrissi qualche anno fa per una iniziativa che mirava a sensibilizzare sull'importanza della ricerca e del sostegno ai familiari dei malati terminali. Ho scelto di narrare il giorno in cui morì mio padre e gli stati d'animo che mi accompagnarono.Questo breve racconto oltre che un invito a sostenere la ricerca vuole essere un invito ad affrontare il dramma della malattia,soprattutto con i bambini..Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
E' un invito che rivolgo ai genitori ma soprattutto alle scuole,ai centri di aggregazione e a tutti coloro che si trovano a far parte,in un modo o in un altro, della vita di un bambino che sta vivendo un dramma familiare del genere.Oggi fortunatamente si parla un po' di più della malattia..e anche la medicina ha fatto passi avanti, 16 anni fa affrontare di petto un argomento del genere,soprattutto con una ragazzina, era più complicato..a volte penso che parlarne spaventava più della malattia in sé. Io sono una sopravvissuta che ha trovato conforto nella scrittura..e che ha scelto di regalare le sue parole al mondo perché possano essere di conforto ad altri..

Quel che mi resta di te.

Era appena l’alba, sentii aprire la porta della mia camera, aprii gli occhi e vidi mia zia che veniva verso il mio letto; non era proprio mia zia, in realtà era la signora che viveva sotto casa mia; abitavamo nello stesso palazzo da quasi dieci anni, per certi versi mi aveva un po’ cresciuta, dunque la chiamavo zia.
Si  accostò a me e passò le sue mani fra i miei capelli, < Tuo padre sta poco bene > mi disse. Ad un tratto non vidi più il sole, ma non perché era appena mattino, ma perché capii che la notte stava calando sulle nostre vite.
 < Vestiti e vieni di là> continuò, poi si alzò, uscì dalla mia camera e chiuse la porta.
Quello che temevo da tanto si stava verificando, lo sentivo. Mi alzai di scatto, indossai un jeans e una maglietta e corsi in camera da letto da mio padre.
Appena entrai, con stupore, mi accorsi  che la camera era piena di gente, c’era mamma che piangeva, gli zii e i vicini. Guardai mia madre negli occhi, come a chiederle cosa stesse accadendo, lei mi guardò perplessa, poi mi disse : “ Va a telefonare al prete, tuo padre sta poco bene”.
E’ un incubo, dicevo nella mia mente, ok devo solo svegliarmi.
Mi guardai intorno, tutti mi guardavano impietositi, la zia, la sorella di papà, piangeva “Me niputi ancora è picciridda” , diceva in dialetto, mia nipote è ancora una bambina, il nonno cercava di tranquillizzarla e la invitava a non piangere e a farci coraggio  < Propriu pirchì è picciridda c’ha fari forza a carusa> le diceva ; gli altri zii parlavano tra di loro, per un attimo non udii più le voci, non vedevo nulla, avevo come una nube d’avanti agli occhi, mi guardavano tutti, ma nessuno osava dirmi qualcosa, a un tratto udii la voce di mia madre <Il prete, vai a telefonare al prete> diceva. Avevo appena quattordici anni, compiuti da poco,  non dimenticherò mai quel giorno. Ora a distanza di tredici anni mi domando perché fu chiesto a me di fare quella telefonata, ancora non ho trovato una risposta.
Mi recai in cucina, dall’elenco telefonico presi il numero del parroco e lo chiamai.
Il telefono squillava, non riuscii a trattenere il pianto, appena il parroco rispose, la voce mi uscì appena, ma riuscii a pronunciare quelle fatidiche parole “ mio padre sta morendo, le chiedo l’estrema unzione”, lui comprese subito chi ero, il mio quartiere all’epoca era piccolo, poco popolato, mi rispose arrivo e mise giù il telefono.
Misi giù la cornetta e corsi in camera da mio padre, lo guardai dimenarsi nel letto, muoveva il capo di qua e di là, come se volesse dire qualcosa, aveva i tubicini dell’ossigeno inseriti sul naso  e muoveva le labbra, voleva dire qualcosa.
Tutti i presenti mormoravano tra di loro, “Sta delirando, dicevano, criaturi, u signuri so voli beni si l’avissi a chiamari”, pover’uomo, Dio se gli  vuole bene dovrebbe prenderlo con sé, mormoravano in dialetto. Non li sopportavo,  “Siete voi che delirate - dissi guardandoli negli occhi uno per uno - mio padre vuole dire qualcosa, fatemi la cortesia di tacere, cosi che possa sentire le sue parole”.
 Ad un tratto calò il silenzio, uscii dalla stanza, allorché mi guardarono perplessi, di sicuro si stavano domandando dove stessi  andando. Andai in cucina, presi un fazzoletto di stoffa e lo bagnai con dell’acqua, dopo tornai in camera e mi sedetti al capezzale di mio padre. Iniziai a bagnargli le labbra, cosi che gli si ammorbidissero, in modo che parlare gli venisse meglio. Aprì gli occhi, li sgranò e guardò dritti i miei, “Mi raccomando - sussurrò tenendomi la mano - mi raccomando”. Tranquillo papà gli dicevo, tranquillo, sta arrivando il medico, passerà, anche questa volta, fece cenno con la testa di no, “Mi raccomando” ripeté di nuovo .
Sapeva che stava morendo, mi domandai cosa volesse dirmi quando non diceva nulla e si limitava a guardarmi. Il suo sguardo era a tratti intenerito ad altri stupito.
Lo guardai negli occhi e distolsi lo sguardo, a quel tratto sentii i suoi silenzi, li sentii come fossero i miei , erano i nostri silenzi, i miei e i suoi.
Li udii, dicevano molto più delle nostre parole, ma le stesse identiche cose.
Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel suo non mostrarsi sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le sue labbra riuscivano appena ad ostentare.
Morì tra le mie braccia, mentre gli tenevo la mano, ad un tratto non sentii più la presa, compresi allora che papà non c’era più, non era più con me, nonostante stesse muto e immobile in quel letto.
Per quattro anni, dopo la sua morte, ogni sera mi sono affacciata alla finestra sperando di vederlo arrivare, poi ho smesso, ho capito che non sarebbe mai potuto ritornare a casa, allora sono andata via.
Ho lasciato la nostra casa, quella casa troppo piena per far spazio al vuoto che accompagnava le mie giornate, troppo piena di lui perché altro potesse trovare posto, troppo piena di morte perché potessi ritrovare la vita.
Dopo di allora, dal mio trasferimento in Toscana, tutte le sere mi sono affacciata alla finestra, ho guardato il cielo e  mi sono chiesta su quale pianeta  vivesse.
Anch’io ero lontana da casa, ma casa non era lontana da me, perché stava in fondo al mio cuore, compresi allora che le distanze sono solo apparenti, che vi è una sola distanza capace di dividere, è quella tra  due cuori, quando questa non esiste non si è mai lontani abbastanza.
Per anni, dopo la sua morte, il senso di colpa ha logorato la mia vita. Quel non aver potuto far nulla fu per me come averlo ucciso.
Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
Si muore anche cosi pur rimanendo vivi, ero sopravvissuta  alla morte ma non alla vita.
E' come quando combatti una guerra e i tuoi compagni sono tutti caduti, sei un superstite vivo per metà.
Quando Papà combatté contro il cancro, ero il soldato che lo fronteggiava, morì tra le mie mani, e non potetti far nulla, da quel giorno la mia vita è stata una battaglia contro il dolore, contro i rimorsi interiori, una battaglia per la vita, per ritrovare la vita in quella morte dell'animo. Solo ora, a distanza di anni, comprendo di averlo , invece, accompagnato verso il suo ultimo viaggio, tenendolo per mano.
Negli anni gli ho scritto tantissime lettere, con  mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita, l’inchiostro è silenzioso, solo il foglio può udirlo, lui non vede me,  legge il mio io.
Lettere a mio padre è un “gioco” che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere.
Conosco me stessa raccontandomi a lui, conosco il mondo con la riflessione, i ricordi sono frammenti che si ricompongono, così le sue parole riemergono e i suoi insegnamenti rimangono presenti nel tempo.
Oggi ringrazio il cielo, per quelle corse in bicicletta, per  le ginocchia sbucciate che mi ha medicato, per quelle giornate su una ruspa in cantiere, per quella gru  con la quale arrivava in cielo e mi donava il sole, per quel bacio in fronte, dato piano mentre dormivo, per quello schiaffo di educazione, per quegli occhi pieni di vita l'istante prima della tua morte, per quel sorriso di speranza l'istante in cui si stavano chiudendo: per quel suo mi raccomando tesoro sorridi, quando  la sua  mano  lasciò lentamente la presa  per  abbracciarmi tutta la vita.
Oggi dico grazie papà per gli insegnamenti, i pensieri e l'amore che sono sopravvissuti al tempo.
Quando la vita ti nega un abbraccio tu puoi donarle un sorriso. Alcune poesie, a lui dedicate, ritrovate nei miei diari fanno parte di un libro, con il ricavato ho scelto di sostenere la ricerca; per tutti quelli che ce la faranno e per tutti quelli che non ce l'hanno fatta, perché aiutare la ricerca è dire SI alla vita.
Solo certi eventi ci aprono gli occhi su cosa le comodità ci hanno portato ad essere, schiavi del nulla, delle mode, schiavi di se stessi, del voler di più.
Solo perdere l'amore delle persone a noi care, ciò che per certi versi abbiamo sempre considerato scontato, ci fa aprire gli occhi verso un nuovo mondo, fatto di piccoli gesti, piccole cose, non dovuti, ma voluti.
La ricerca è vita, è non negare il sorriso ad un bambino, la gioia ad un genitore, l'amore ad un compagno.

lunedì 6 luglio 2015

..

Questa notte sono stata con un altro uomo, forse nessuna donna avrebbe il coraggio di dirtelo, per orgoglio, pudore, o per quel vago senso di appartenenza all'altro che continua ad accompagnarci nel tempo (anche quando l'altro non ci vuole più) e ci fa sentire in colpa se diventiamo la donna di un altro.

Una volta ti feci una promessa, ti dissi che tra di noi nulla sarebbe mai stato taciuto, ed ecco che oggi la rispetto, anche se non fu siglata da un sacramento, da una fede al dito o da un ciondolo a metà. Quella promessa la feci al mio cuore e oggi,come ieri,continuo a parlarti con lo stesso in mano.
E' iniziato tutto per un mio capriccio, per dimostrare a me stessa che il mio corpo poteva ancora essere attraente, se non per te, per un altro uomo.
La bellezza è un'arma a doppio taglio, a volte nel ferire chi la subisce uccide chi la possiede. È un complesso armonico: immagine e essenza. Ma spesso bellezza e intelligenza collidono anziché fondersi. Le donne belle e intelligenti raramente sono armoniche. Difficilmente trovano un equilibrio. Sempre "costrette" a stare sul piede di guerra, a uccidere la propria immagine per affermare il proprio essere. Nella vita mi è capitato di tutto, tranne che un uomo non mi trovasse più attraente, come era accaduto a te. Volevo che mi desiderasse, che impazzisse dalla voglia di avermi. Volevo far pagare a lui i conti in sospeso con te. 
Dopo cena lo invitai a salire da me per un drink, non so neanche da dove mi uscì fuori tutta quella intraprendenza..generalmente sono più impacciata con gli uomini, tranne quando metto in atto i miei giochi di seduzione, ma era la prima volta che non lo facevo al bancone di un bar o nella pista di una discoteca e solo ed esclusivamente per attirare l'attenzione di un altro. 
Dopo il drink con una banale scusa lo spinsi verso la camera. Portare un uomo in camera da letto è un gioco semplicissimo. 

“Queste scarpe sono terribili. Adoro i tacchi a spillo, conferiscono sempre un tocco di sensualità al vestito e di conseguenza all'immagine. Ma devi sapere che sono terribili. Una sofferenza che voi uomini non capirete mai. Ho bisogno di toglierle.” dissi mentre mi recavo in camera da letto. Lui ovviamente mi seguì. 
Posso? Domando. 
“Mettiti a tuo agio – risposi- mentre seduta sul letto mi sfilavo la scarpa e iniziavo a massaggiarmi le gambe. “Ho i muscoli tutti irrigiditi. Ti dispiace se mi distendo un po?” dissi.

Lui mi guardò stupito, non aveva mai visto in me la donna intraprendente che ora si trovava davanti, ma nonostante ciò continuò a vedere la vera donna che si trovava davanti. Nascondere me stessa è un gran casino, potrei fare qualunque cosa, ma nulla servirebbe a farmi apparire diversa da quella che sono. Mi distesi di fianco sul letto e lui si mise accanto a me. Iniziò ad accarezzarmi i capelli e a massaggiarmi la schiena. Ero immobile. Non collaboravo né mi ritraevo. A un certo punto mi chiese se l'uomo che volessi li in quel momento era lui e se lui stava facendo la cosa giusta o meno.
Rimasi in silenzio, forse mi vergognai dell'idea perversa che durante la serata aveva gironzolato per la mia testa e che che poi sul momento si era affievolita. Quali parole avrei potuto usare per spiegare a un uomo che lui era lì per pagare i conti di un altro? Di un altro che la sera prima non era stato in grado di fare l'amore con me, solo perché io lo amavo..e questo aveva cambiato le cose. Un semplice ti amo era bastato per mandare all'aria 8 mesi, la complicità,l'armonia..i sorrisi, lo stare bene insieme, mentre per me non era cambiato nulla e il fatto che non mi amasse nella comune maniera non mi dispiaceva, mi dispiaceva di più che non fosse più in grado di farlo in un letto, perché un uomo e una donna sono realmente se stessi solo quando fanno l'amore. Il corpo non può mentire, né palesare il contrario. E se lui non riusciva più ad amarmi in un letto la nostra storia era davvero giunta al capolinea. Come spiegarli tutto quello che mi passava per la mente?
Mi alzai dal letto e mi recai in salotto. Questa fu la mia risposta immediata. E l'unica che fui poi in grado di dargli fu: giusto o sbagliato. Buoni o cattivi. Ormai non conta..conta che ho voglia di andare a dormire. Così con poca delicatezza lo misi alla porta.
Oh mi Dio da quando gli uomini si chiedono se sia giusto o meno scoparsi una donna? Mi sentivo uno schifo, incapace di scucirmi di dosso la mia immagine da fanciulla innamorata e dai sani principi. Che stupida! L'uomo che amavo non era riuscito a fare l'amore con me e gli uomini che frequentavo mi portavano rispetto. Ma cosa se ne dovrebbe fare una donna della stima di un uomo?
Io volevo amore.

(Amori (IN)versi)





venerdì 3 luglio 2015

L'amore era un gioco pericoloso e sublime, su uno sfondo di carte da lettere e da poker

Io immaginavo, tu invece su di noi ci hai sempre visto chiaro.
Una scrittrice e un giocatore di poker! Non poteva funzionare.
L'amore era un gioco su cui non avresti mai scommesso un soldo. Le donne una mano sulla quale non avresti mai puntato una seconda volta; ed io quella mano su cui avresti giocato gli ultimi spiccioli. La stessa mano che poi avrebbe accarezzato il tuo volto e centimetro per centimetro il tuo corpo. Quella mano dove avresti trovato l'effimero piacere della vittoria dopo esserti visto sfuggire un All-in.
Per me, invece, l'amore era una storia tutta da scrivere, da scrivere a quattro mani. Le stesse mani che scivolavano sulla mia pelle fino all'estasi. Le stesse mani che si incrociavano, si tenevano, mentre i nostri corpi si plasmavano. Le stesse mani che adoravo baciare, mordere, leccare, mentre mi possedevi e ti sentivo godere.E ansimavo di piacere nel sentire il tuo fiato sul mio collo e la tua lingua sussurrare al mio orecchio.

L'amore era un gioco pericoloso e sublime, su uno sfondo di carte da lettere e da poker, in cui l'Eros prendeva il sopravvento su entrambi. Sul quel letto ognuno di noi giocava la sua partita, tu con il tuo asso nella manica ed io con la mia penna tra le dita. E scrivevo, scrivevo sul tuo corpo le regole del gioco che tu dettavi sul mio.  

Amori (IN)versi