(Questo è un diario che scrivo in preda agli stati d'animo, sono ammessi i "refusi" non le critiche sterili...Questo è il mio mondo parallelo.... Accomodatevi senza far rumore)

L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)


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sabato 10 settembre 2016

Chat room. La trappola del piacere.

Ero lì. Ero dietro quella risposta che scrutava di nascosto; che attendeva con ansia e con fare distratto, mentre io continuavo a far finta di nulla. Mentre cambiavo le lenzuola del nostro letto. Avevo iniziato a cambiarle spesso, quasi tutti i giorni,  perché non sopportavo più l'odore dei nostri corpi, il sudore che le impregnava mentre facevamo l'amore come se nulla stesse accadendo o sarebbe potuto accadere. Agli occhi della gente eravamo una coppia consolidata, ai miei una di quelle coppie che si era persa nei meandri dell'abitudine, nonostante i miei vani tentativi di riaccendere il desiderio e i giochi erotici a cui mi prestavo per sentirmi ancora sua. Avevo pensato erroneamente che potessero bastargli, ma scoprii per caso che non gli bastavano. Cercava il mistero. L'illusione lo intrigava terribilmente, così lasciai che si lasciasse trasportare nell'ignoto, nello stesso ignoto in cui mi lasciava vagare e in cui lo stavo riconducendo, senza darglielo a vedere. Creare personaggi era un'arte che mi apparteneva. Il mio copione non sarebbe stato tanto diverso dal suo. La rete che mi stava tessendo era la stessa su cui sarebbe rimasto prigioniero.
Il dolore era tornato ed era per me un coltello, lo stesso di sempre. 
Un coltello affilato capace di trafiggermi e frugarmi dentro. Un coltello che spingevo fino in fondo. Dovevo morire per rinascere poesia.


lunedì 13 luglio 2015

Quel che mi resta di te

Stasera voglio condividere con voi il dolore più grande della mia vita: la morte di mio padre. Ho scelto di farlo con un breve racconto che scrissi qualche anno fa per una iniziativa che mirava a sensibilizzare sull'importanza della ricerca e del sostegno ai familiari dei malati terminali. Ho scelto di narrare il giorno in cui morì mio padre e gli stati d'animo che mi accompagnarono.Questo breve racconto oltre che un invito a sostenere la ricerca vuole essere un invito ad affrontare il dramma della malattia,soprattutto con i bambini..Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
E' un invito che rivolgo ai genitori ma soprattutto alle scuole,ai centri di aggregazione e a tutti coloro che si trovano a far parte,in un modo o in un altro, della vita di un bambino che sta vivendo un dramma familiare del genere.Oggi fortunatamente si parla un po' di più della malattia..e anche la medicina ha fatto passi avanti, 16 anni fa affrontare di petto un argomento del genere,soprattutto con una ragazzina, era più complicato..a volte penso che parlarne spaventava più della malattia in sé. Io sono una sopravvissuta che ha trovato conforto nella scrittura..e che ha scelto di regalare le sue parole al mondo perché possano essere di conforto ad altri..

Quel che mi resta di te.

Era appena l’alba, sentii aprire la porta della mia camera, aprii gli occhi e vidi mia zia che veniva verso il mio letto; non era proprio mia zia, in realtà era la signora che viveva sotto casa mia; abitavamo nello stesso palazzo da quasi dieci anni, per certi versi mi aveva un po’ cresciuta, dunque la chiamavo zia.
Si  accostò a me e passò le sue mani fra i miei capelli, < Tuo padre sta poco bene > mi disse. Ad un tratto non vidi più il sole, ma non perché era appena mattino, ma perché capii che la notte stava calando sulle nostre vite.
 < Vestiti e vieni di là> continuò, poi si alzò, uscì dalla mia camera e chiuse la porta.
Quello che temevo da tanto si stava verificando, lo sentivo. Mi alzai di scatto, indossai un jeans e una maglietta e corsi in camera da letto da mio padre.
Appena entrai, con stupore, mi accorsi  che la camera era piena di gente, c’era mamma che piangeva, gli zii e i vicini. Guardai mia madre negli occhi, come a chiederle cosa stesse accadendo, lei mi guardò perplessa, poi mi disse : “ Va a telefonare al prete, tuo padre sta poco bene”.
E’ un incubo, dicevo nella mia mente, ok devo solo svegliarmi.
Mi guardai intorno, tutti mi guardavano impietositi, la zia, la sorella di papà, piangeva “Me niputi ancora è picciridda” , diceva in dialetto, mia nipote è ancora una bambina, il nonno cercava di tranquillizzarla e la invitava a non piangere e a farci coraggio  < Propriu pirchì è picciridda c’ha fari forza a carusa> le diceva ; gli altri zii parlavano tra di loro, per un attimo non udii più le voci, non vedevo nulla, avevo come una nube d’avanti agli occhi, mi guardavano tutti, ma nessuno osava dirmi qualcosa, a un tratto udii la voce di mia madre <Il prete, vai a telefonare al prete> diceva. Avevo appena quattordici anni, compiuti da poco,  non dimenticherò mai quel giorno. Ora a distanza di tredici anni mi domando perché fu chiesto a me di fare quella telefonata, ancora non ho trovato una risposta.
Mi recai in cucina, dall’elenco telefonico presi il numero del parroco e lo chiamai.
Il telefono squillava, non riuscii a trattenere il pianto, appena il parroco rispose, la voce mi uscì appena, ma riuscii a pronunciare quelle fatidiche parole “ mio padre sta morendo, le chiedo l’estrema unzione”, lui comprese subito chi ero, il mio quartiere all’epoca era piccolo, poco popolato, mi rispose arrivo e mise giù il telefono.
Misi giù la cornetta e corsi in camera da mio padre, lo guardai dimenarsi nel letto, muoveva il capo di qua e di là, come se volesse dire qualcosa, aveva i tubicini dell’ossigeno inseriti sul naso  e muoveva le labbra, voleva dire qualcosa.
Tutti i presenti mormoravano tra di loro, “Sta delirando, dicevano, criaturi, u signuri so voli beni si l’avissi a chiamari”, pover’uomo, Dio se gli  vuole bene dovrebbe prenderlo con sé, mormoravano in dialetto. Non li sopportavo,  “Siete voi che delirate - dissi guardandoli negli occhi uno per uno - mio padre vuole dire qualcosa, fatemi la cortesia di tacere, cosi che possa sentire le sue parole”.
 Ad un tratto calò il silenzio, uscii dalla stanza, allorché mi guardarono perplessi, di sicuro si stavano domandando dove stessi  andando. Andai in cucina, presi un fazzoletto di stoffa e lo bagnai con dell’acqua, dopo tornai in camera e mi sedetti al capezzale di mio padre. Iniziai a bagnargli le labbra, cosi che gli si ammorbidissero, in modo che parlare gli venisse meglio. Aprì gli occhi, li sgranò e guardò dritti i miei, “Mi raccomando - sussurrò tenendomi la mano - mi raccomando”. Tranquillo papà gli dicevo, tranquillo, sta arrivando il medico, passerà, anche questa volta, fece cenno con la testa di no, “Mi raccomando” ripeté di nuovo .
Sapeva che stava morendo, mi domandai cosa volesse dirmi quando non diceva nulla e si limitava a guardarmi. Il suo sguardo era a tratti intenerito ad altri stupito.
Lo guardai negli occhi e distolsi lo sguardo, a quel tratto sentii i suoi silenzi, li sentii come fossero i miei , erano i nostri silenzi, i miei e i suoi.
Li udii, dicevano molto più delle nostre parole, ma le stesse identiche cose.
Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel suo non mostrarsi sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le sue labbra riuscivano appena ad ostentare.
Morì tra le mie braccia, mentre gli tenevo la mano, ad un tratto non sentii più la presa, compresi allora che papà non c’era più, non era più con me, nonostante stesse muto e immobile in quel letto.
Per quattro anni, dopo la sua morte, ogni sera mi sono affacciata alla finestra sperando di vederlo arrivare, poi ho smesso, ho capito che non sarebbe mai potuto ritornare a casa, allora sono andata via.
Ho lasciato la nostra casa, quella casa troppo piena per far spazio al vuoto che accompagnava le mie giornate, troppo piena di lui perché altro potesse trovare posto, troppo piena di morte perché potessi ritrovare la vita.
Dopo di allora, dal mio trasferimento in Toscana, tutte le sere mi sono affacciata alla finestra, ho guardato il cielo e  mi sono chiesta su quale pianeta  vivesse.
Anch’io ero lontana da casa, ma casa non era lontana da me, perché stava in fondo al mio cuore, compresi allora che le distanze sono solo apparenti, che vi è una sola distanza capace di dividere, è quella tra  due cuori, quando questa non esiste non si è mai lontani abbastanza.
Per anni, dopo la sua morte, il senso di colpa ha logorato la mia vita. Quel non aver potuto far nulla fu per me come averlo ucciso.
Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
Si muore anche cosi pur rimanendo vivi, ero sopravvissuta  alla morte ma non alla vita.
E' come quando combatti una guerra e i tuoi compagni sono tutti caduti, sei un superstite vivo per metà.
Quando Papà combatté contro il cancro, ero il soldato che lo fronteggiava, morì tra le mie mani, e non potetti far nulla, da quel giorno la mia vita è stata una battaglia contro il dolore, contro i rimorsi interiori, una battaglia per la vita, per ritrovare la vita in quella morte dell'animo. Solo ora, a distanza di anni, comprendo di averlo , invece, accompagnato verso il suo ultimo viaggio, tenendolo per mano.
Negli anni gli ho scritto tantissime lettere, con  mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita, l’inchiostro è silenzioso, solo il foglio può udirlo, lui non vede me,  legge il mio io.
Lettere a mio padre è un “gioco” che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere.
Conosco me stessa raccontandomi a lui, conosco il mondo con la riflessione, i ricordi sono frammenti che si ricompongono, così le sue parole riemergono e i suoi insegnamenti rimangono presenti nel tempo.
Oggi ringrazio il cielo, per quelle corse in bicicletta, per  le ginocchia sbucciate che mi ha medicato, per quelle giornate su una ruspa in cantiere, per quella gru  con la quale arrivava in cielo e mi donava il sole, per quel bacio in fronte, dato piano mentre dormivo, per quello schiaffo di educazione, per quegli occhi pieni di vita l'istante prima della tua morte, per quel sorriso di speranza l'istante in cui si stavano chiudendo: per quel suo mi raccomando tesoro sorridi, quando  la sua  mano  lasciò lentamente la presa  per  abbracciarmi tutta la vita.
Oggi dico grazie papà per gli insegnamenti, i pensieri e l'amore che sono sopravvissuti al tempo.
Quando la vita ti nega un abbraccio tu puoi donarle un sorriso. Alcune poesie, a lui dedicate, ritrovate nei miei diari fanno parte di un libro, con il ricavato ho scelto di sostenere la ricerca; per tutti quelli che ce la faranno e per tutti quelli che non ce l'hanno fatta, perché aiutare la ricerca è dire SI alla vita.
Solo certi eventi ci aprono gli occhi su cosa le comodità ci hanno portato ad essere, schiavi del nulla, delle mode, schiavi di se stessi, del voler di più.
Solo perdere l'amore delle persone a noi care, ciò che per certi versi abbiamo sempre considerato scontato, ci fa aprire gli occhi verso un nuovo mondo, fatto di piccoli gesti, piccole cose, non dovuti, ma voluti.
La ricerca è vita, è non negare il sorriso ad un bambino, la gioia ad un genitore, l'amore ad un compagno.

lunedì 29 giugno 2015

Elsa e il mistero del disincanto.


C'era una volta una strada tortuosa e piena di sassi, nessuno sapeva quanto fosse lunga e dove portasse. Gli abitanti del regno non osavano guardare oltre la radura, dove finiva il villaggio e iniziava un sentiero. Questo sentiero era buio e costernato da grossi arbusti,all'inizio vi era una stradina ripida e stretta che nessuno aveva mai oltrepassato. Nel regno si mormorava che al di là di questa strada vi fosse il regno del male, abitato da orchi e da chissà quali altri mostri.

Le fatine e gli elfi che abitavano nel villaggio erano molto laboriosi, ma anche paurosi, trascorrevano le loro giornate a curare il giardino e il lago incantato. Un tempo lontano i primi abitanti del villaggio erano abili maghi, si narrava che fossero stati proprio loro a rendere la valle incantata, difatti lì il sole non tramontava mai e il buio era a tutti sconosciuto. Nella valle incantata non esistevano le stagioni; il tempo scorreva immutato, da anni ormai non si cresceva né si invecchiava, non vi erano nascite né morti.

Le fatine e gli elfi erano bicentenari ma ignoravano il fatto stesso di esserlo.

Le giornate passavano sempre uguali, il sole non tramontava, la pioggia non cadeva e i prati erano sempre in fiore. Le fatine e gli elfi più piccoli si divertivano a sguazzare dentro il laghetto incantato e a svolazzare tra i girasoli. Elsa era una fatina birichina e curiosa, da sempre sognava il disincanto, non poteva pensare di passare tutta la vita senza crescere, né scoprire il mondo al di là del confine.

Pensava che l'incanto stesse più nell'infinito che nei limiti che da sempre circondavano il suo villaggio.

La mamma di Elsa si preoccupava per quella figlia con strani grilli per testa, a nessun altro erano mai venuti in mente simili pensieri, cosi cercava di sopprimere la sua curiosità, trovando assurde spiegazioni ad

ogni sua domanda che scaturiva da questa.
Un giorno Elsa, decisa a scoprire cosa c'era oltre il confine,si allontanò cercando di non dare nell'occhio.

Giunta davanti la stradina tortuosa si fece coraggio e iniziò a incamminarsi. Man mano che si incamminava iniziò ad avvertire sulla sua pelle una strana sensazione, era solo il freddo ma lei non lo conosceva, addentrandosi cominciò a non vedere più bene la strada che aveva davanti, era il buio ma lei non lo sapeva. Ebbe un po' paura ma, decisa com'era di scoprire il disincanto, proseguì senza sosta.

Neanche la pioggia si fece attendere molto, a un certo punto Elsa si sentì bagnata, ma non stava facendo il bagno nel lago, né vi era un elfo birichino che le stava schizzando dell'acqua.
“Che sarà mai?” - pensò tra sé e sé. - “Il disincanto non ha nulla di affascinante. Ho percorso tutta questa strada per non vedere quella che ho davanti e per bagnarmi senza poter sguazzare dentro un bel laghetto.”- Si disse. -

A un certo punto dopo tanto camminare vide una grotta . Rimase qualche istante a fissarla e poi decise di aprire la porta. Appena l'ebbe aperta vide la luce e avvertì nuovamente la sensazione di caldo, difronte a lei su un tronco che fungeva da sgabello c'era un anziano signore.

<< Chi va là?>> disse questo.

Elsa indietreggiò un attimo per la paura, ma poi rispose:

<< mi chiamo Elsa e sono una fatina del villaggio ai piedi di questo monte.>>
<<Ti aspettavo >> - disse il vecchio Elfo-. << Da decenni nessuno degli abitanti del villaggio ha il coraggio di andare oltre il sentiero. Tu perché lo hai fatto? >> continuò.

<< Ero curiosa di conoscere il disincanto.>> rispose Elsa

<< E come ti sembra? >> domandò il vecchio elfo.

<< Non come lo avevo immaginato. Qui non c'è il sole e la strada è piena di sassi e di rami che impediscono di camminare. Non posso neanche volare, le mie ali potrebbero impigliarsi tra i rami troppo fitti e senza il sole farei fatica a liberarmi. >> rispose

<< Bene. Questo è il disincanto. Lo hai descritto in maniera impeccabile: non vedi la strada che hai davanti e hai l'impressione di non poter volare. Eppure sei arrivata fin qui. E sei anche cresciuta. Guarda questo è uno specchio, come un lago riflette la tua immagine.>> Disse il vecchio Elfo.

<< Oh come sono diversa! >> esclamò Elsa. << Di certo appena tornerò al villaggio la mamma e gli altri non mi riconosceranno. Non mi sarei mai dovuta avventurare oltre il sentiero. Ora non so se ritroverò la strada di casa, né se potrò far ritorno al villaggio, gli altri abitanti non riconoscendomi più potrebbero non farmi entrare. Avevano ragione: il disincanto è il male. >>

<< E' qui che ti sbagli.>> - rispose il vecchio elfo - << La strada che hai davanti non è mai più lunga dell'ambizione alle tue spalle. Puoi tornare sui tuoi passi quando vuoi, cosi come puoi scegliere di non farlo mai. Tutto dipende da cosa cerchi e da cosa per te è importante. Puoi vivere in piccolo e sognare in grande, il cammino è solo una strada, e questa è la stessa che ti lasci alle spalle e che non vedi davanti. La strada è futuro e passato, il cammino è il presente. Nessuno di noi può sapere cosa c'è oltre il sentiero, ma ognuno di noi sa cosa si lascia indietro. Il disincanto non è cosi male come ti sembra. Se non ti fossi allontanata dal villaggio non avresti mai visto il sentiero che hai dentro. Crescere significa incontrare sé stessi, attraversare il buio e ritrovare la luce. Seguimi.>> disse

Elsa lo seguì ma non capì dove era diretto,perché davanti a loro non vi era altro che un muro.

<<Lo vedi questo muro?>> - disse il vecchio elfo- << Non tutti nella vita sono capaci di attraversarlo. Tu sapresti andare oltre? E come? >> chiese

<< Non mi sembra tanto difficile>> - rispose Elsa- <<Ha mica dei colori in questa specie di grotta? >> continuò.

<< Certo che sì. >> - rispose il vecchio elfo- << Sono nella scatola accanto a te. Prendili. >> Elsa prese i colori e disegnò un arcobaleno:

<<Questo è un arco, proviamo a passarci dentro.>> disse

<< Bravissima. >> - rispose il vecchio elfo - << “Questo non è solo un arco, ma è un arcobaleno, viene subito dopo la pioggia. Di certo lo vedi per la prima volta. E' la magia del disincanto: sono i colori che hai dentro a indicarti la strada e ad aprirti una porta. Prima che tu vada via mi sembra giusto presentarmi: io sono l'Esperienza, tutti mi cercano ma allo stesso tempo mi temono. Io segno e insegno. Dall'incontro con me nessuno torna mai più lo stesso. Ora vai, di certo ti staranno aspettando.>> concluse l'elfo.





giovedì 6 febbraio 2014

...

Era una notte gelida ma non tremavo per il freddo.Da dietro il vetro osservavo il cielo stellato, raggomitolata sulle mie ginocchia, nuda e immobile, il brivido dell'istante scorreva ancora sulla mia pelle.Non tremavo per il freddo...avevo i brividi per l'ardore di quell'attimo e per ciò che sarebbe arrivato da lì a breve: l'alba su di noi. La notte stava per finire e con lei il nostro sogno d'amore. L'alba era alle porte, un nuovo giorno e una storia vecchia...troppo. La realtà stava per spezzare la magia di quell'incantesimo. Raccolsi i jeans e li indossai; rivestirmi era una cosa che odiavo perché significava rientrare nei miei panni. Nessuna tenerezza, nessun attimo di cedimento..niente parole, solo il silenzio accompagnò quell'istante che ci riportava con i piedi per terra.Lui tra i due era quello meno razionale, riusciva a  credere che ci sarebbe stata una possibilità anche per noi; io, invece, ero quella cinica: nessun impegno, nessuna promessa..solo qualche attimo...La realtà, i doveri...e poi un attimo rubato al tempo, nel quale come due ladri ci saremmo scambiati l'amore..


martedì 24 dicembre 2013

...

Non credevo più alle sue parole, sapevo che non si sarebbero mai accompagnate ai fatti, ma ogni qual volta lui mentiva io tacevo...Non un gesto né una parola..Sentivo il suo cuore sul mio, mentre i nostri corpi confluivano in un tutt'uno, e lo immaginavo su di un'altra, ancora un'altra volta..Al contrario delle mie le sue gelosie erano infondate, avrei voluto alimentarle ma non riuscivo a ferirlo, così continuavo a graffiarmi la pelle..Sapevo tutto della sua vita e delle sue storielle ma fingevo di esserne allo scuro, un po' per illudermi e un po' per colpevolizzarmi...Quella sbagliata ero io, in casa mia così come nella sua vita..Stavo sempre nel posto sbagliato al momento giusto, per questo ero in più nonostante il mio non essere da meno. Avevo ucciso il mio amor proprio, calpestato il mio essere e sminuito la mia persona, pur di non distruggere l'idea che avevo di lui e l'idea di giusto che aveva il mondo..Ero sbagliata nel giusto e in torto nella ragione, ma ero fatta così più per dare che per ricevere.

domenica 22 dicembre 2013

Una luce tenue e un profumo pacato tra l'acqua di rose e la lavanda, i colori e gli odori della mia infanzia...Ogni pomeriggio scendevo da nonna, mi sedevo di fronte a lei e giocavamo con le carte a scopa. Una sedia tra noi due faceva da tavolo, proprio davanti al balcone, così che nonna vedesse meglio. Era anziana e sofferente, non poteva star dietro a dei bambini ma trovava sempre il modo di tenerci con lei... Erano giochi poveri, molto più belli del nintendo, anni 90, che avevo a casa, dei pupazzi o delle barbie..erano giochi genuini: lina lina zoppa zoppa.. e i ditini che si incrociavano... Nonna mi prendeva la mano e ci raccontava di come giocava quand'era bambina e di come l'infanzia a quei tempi fosse molto diversa, poi chiamava la zia e le diceva di darci il pane fatto in casa, o il rosso dell'uovo, perché eravamo magroline e mangiavamo troppo poco...La zia ci preparava l'uovo con lo zucchero o la crema pasticciera.. ne andavo pazza e mangiavo, forse per far contenta nonna o forse perché le attenzioni aprono il cuore così come l'appetito...In estate ci trasferivamo tutti in campagna da zia...Sono legati a quegli anni i miei ricordi più belli. Il verde, la paglia... le balle di fieno su cui mi stendevo proprio come Heidi ... I pulcini colorati e la pecorella bianca che lo zio prese perché volevo una capretta come Heidi... Nuvola la chiamammo...ricordo che le davamo il latte con il biberon ed ero contenta..Anche il nonno è stato un grande uomo..rigido, forse con i figli, ma nonno con noi..Quando papà si ammalò era anziano..anche il senno iniziò a venirgli meno..ricordo che non gli rinnovarono la patente, per la vista e gli anni, cosi per la distanza tra le nostre case guidava lo stesso,senza patente.,Ricordo che lasciava la macchina dietro la pretura e faceva la rimanete strada a piedi..14 anni fa i posti di blocco, in genere, stavano tutti più su'..cosi mai nessuno lo beccò alla guida senza patente...Oggi mi domando dove fossero gli altri..mentre mio padre e suo padre cercavano di proteggerci..dal cancro..e ancor prima dalla vita..
La mia infanzia è stata genuina, vera, bella... diversa poi la mia vita.. Il tempo mi ha tolto le persone più care ed io sono andata via, forse per fuggire alla morte dell'anima...sarei dovuta restare..rimanere accanto a quelle persone che mi avevano cresciuta..ma non ce l'ho fatta..la voglia di lasciarmi tutto alle spalle era più forte di quella di restare a guardare..Cosa potevo fare...ero troppo giovane e ingorda..e quando tornai sola e con  con due bambini troppo piccini... Le persone che hanno fatto la mia infanzia sono state i miei nonni, paterni e materni, gli zii da parte di mamma e la zia da parte di papà... Ora di papà non è rimasto più niente e nessuno...sono tutti angeli che mi sussurrano di non mandare tutto a puttane..Ora sono grande  ora devo rendere loro quello che loro hanno dato a me...


Era casa mia...la casa dove avevo trascorso la mia primissima infanzia...A sei anni quando andammo via, nonna dal piano di sotto si affacciava sulle scale e chiamava me e mia sorella. Continuò a chiamarci per anni, per altri due, finché non si spense e con lei tutto il resto..Ora era un po' vecchia, disabitata da anni,ma continuava a conservare la sua magia..Piccola e accogliente sapeva di casa...di casa mia...Agli angoli del soffitto si intravedeva un po' di muffa e qualche rubinetto era gocciolante, ma era bella, era casa...
Mi rividi bambina, seduta sul divano a guardare la tv; non andavo mai a letto se papà non era rientrato, a volte crollavo su quel divano, ma aspettavo con ansia il suo rientro...Si sedeva con me e giocava ai giochi più buffi...neanche da bambina amavo la "normalità"... All'angolo destro della parete vi stava il mio banco scuola, scrissi li le mie prime rime...Non era come quello dei giorni odierni, 24 anni fa erano simili ai banchetti di scuola, marrone satinato con un porta penne nero, rivoltandolo vi era una lavagna, niente cose digitali..andavamo di gessetto e fantasia...liberi di disegnare o scrivere le cose più strambe... Ora la casa era vuota, vecchiotta e un po' umida...riaverla era la sfida e metterla a nuovo il lavorone...Forse ero l'unica realmente legata a quel luogo..piccolo e accogliente, di cui altri ne rivendicavano l'affetto e il diritto..e di cui io ne chiedevo la resa..perché per me era molto di più di una casa..Era la casa del padre..

(Inedito Quel che mi resta di te)


martedì 26 novembre 2013

Dicono che mi manca. Quando ne parlo tra la rabbia e il dolore,la delusione e l'orgoglio, non riesco a trovare parole sbagliate né giustificazioni...Nessun amore necessita di essere giustificato.
Lo amavo così: al di là dei punti di (s)vista, dei ruoli di genere e di chi eravamo...

venerdì 25 ottobre 2013

....

Sono come l'onda: arrivo impetuosa, m'infrango sugli scogli e poi rinasco dal mio stesso mare...L'onda è limpida, libera...non puoi fermarla; non puoi afferrarla...Il mio cuore faceva acqua da tutte le parti, così lasciai che si annegasse...Oggi il mio cuore è un mare di emozioni. Le custodisco tutte....Ogni goccia che ha contribuito a formarlo. La gioia e il dolore....Oggi per potermi vivere bisogna solo avere il coraggio di tuffarsi nel mio abisso....L'acqua è fredda solo finché non scopri quanto è profonda...


lunedì 21 ottobre 2013

...

Mi domandai più volte se fosse il caso,mai se ne valesse la pena...Lo amavo.Non avevo interesse alcuno se non quello di saperlo felice,anche lontano da me..Non l'ho amato per gioco e neanche per alleviare il mio senso di solitudine...L'ho amato per caso,in un tempo in cui avevo smesso di crederci ma non di sperarci...accade che il cuore si ferma e poi d'improvviso riparte...Mi domandai più volte se fosse il caso...se la mia vita ingombrante e la mia esistenza pesante non sarebbero state troppo anche per lui: il vuoto,il buio e quel barlume di speranza che,nonostante tutto,era duro a morire...Era una fiammella in fondo al cuore,piccola e tenue, né divampava né si spegneva...Avrei voluto che  fosse lui quella miccia capace ,una volta per tutte,di riaccendere la mia vita,ma invece,come sempre si accese solo il mio cuore,e finii bruciata dal mio stesso amore....


martedì 17 settembre 2013

Non mi arrenderò al riflesso condizionato che è solo realtà...Non più. Non ora. Ora voglio vedere l'immagine al di là del margine visivo. Ora voglio che tu mi prenda per mano e mi conduca fin lì dove finisce l'esistenza e inizia l'essere...
Sarebbe bellissimo conoscere il lato oscuro dell'altro che è anche il più profondo...Fondersi completamente...due esseri che si trovano e non solo due esistenze che si incontrano...



lunedì 16 settembre 2013

Credo che le parole hanno il potere di dire tutto ma anche la capacità di non dire niente ...Credo nelle parole lasciate intendere dietro quelle che dicono poco, ma non nulla... Credo poco nelle chiacchiere che troppo dicono pur troppo poco sapendo...Credo nei gesti improvvisi, spontanei, istintivi, incontrollati... privi, quindi,di menzogna...Credo nell'amore che si scambiano un uomo e una donna più che alla parole che si dicono...Credo al linguaggio dei corpi...alle parole posate in silenzio sulle labbra,a quelle scolpite sulla pelle,nello scivolare,incontrollato,dei gesti che parlano da sé...Credo al linguaggio dei sensi,al silenzio degli amanti...Diffido di tutto ciò che è razionalità e controllo...poiché li è la mente a parlare e non il cuore ad agire...

mercoledì 11 settembre 2013

..

In lui non ci ho mai creduto ma ci ho sperato.E' stato questo il mio errore: sperare in un amore impossibile e riporre delle speranze nell'uomo sbagliato. Ma giusto e sbagliato a tratti neanche esistono e l'errore si rivela sempre un'opportunità,perché ci accresce, se riusciamo ad ampliarne l'orizzonte più che a scorgerne il limite...
Ogni tanto mi manca. In realtà mi manca ogni giorno,ma ogni giorno è nuovo e porta con sé il presente,il passato e il domani...Domani quasi certamente non sarò con lui e lui non sarà come me,ma sarà parte del mio ieri e avrà contribuito a fare chi sarò....





lunedì 9 settembre 2013

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Aspettavo quel momento da troppo tempo,per questo lo idealizzai. Feci di tutto pur di proteggere quello che era più di un sogno. Custodii in silenzio i suoi segreti  inconfessabili,pur non conoscendoli. Le sensazioni di una donna raramente si sbagliano,ma le emozioni finiscono sempre con il camuffarle, poiché è più semplice credere che domandarsi. Ad una domanda segue una risposta, sapevo che non mi sarebbe piaciuta,per questo non formulai mai la prima,pur di assicurarmi di non conoscere la seconda che,ahimè,conoscevo. L’avevo intuito dal primo istante che nella sua vita c’era un’altra donna,ma non saperlo mi aiutava,mi faceva sentire stupida ma felice. Supponevo ma non sapevo,o almeno non avevo conferma,così l’illusione viveva parallela alla realtà e nessuna interferiva con l’altra. Era un po’ come il giorno e la notte: due lati di una stessa moneta, entrambi con il suo perché d’esistere. Tutto forse ha un lato d’ombra,persino noi ne abbiamo una che ci cammina sempre dietro senza mai invaderci l’esistenza,ecco che allora entrambe potevamo essere un riflesso,solo questo eravamo infondo: l’ombra di un amore,nulla di concreto ma neanche di inesistente.  L’ombra la si può vedere ma non afferrare,cosi il nostro amore,sapevo che c’era ma anche che non avrei mai potuto abbracciarlo …. Scelsi il sogno perché sapevo che la realtà non sarebbe stata neanche lontanamente equiparabile a quest’ultimo. L’intelletto si accresce con le nozioni ma si affina con le emozioni, poiché queste ci aprono un varco tra il capire e il pensare: il sentire. Questo faceva di me una scrittrice ma allo stesso tempo un’anima inquieta, schiava di un corpo e prigioniera di un “costume”: il mio. Ma il buon costume non faceva per me,non avrei mai corso il rischio di arrivare all’ultimo dei miei giorni per scoprirmi nuda,privata della mia stessa pelle e del mio stesso animo. Il mio sentire valeva di più del mio pensare ma meno della stima di me stessa,per questo alla fine scelsi di leggere quelle pagine che avevo volutamente saltato e di chiudere la  storia,che non era solo la mia ,ma una vecchia secoli, pur se sempre attuale: l'amante
(© Rosa Maria)



domenica 8 settembre 2013

Stamani filtrava una luce tenue dalle persiane, mi accorsi che si stava già facendo giorno, allungai la
mano e mi voltai di scatto per dargli un ultimo bacio, ma lui già non c’era più.
Non mi aveva svegliata, era andato via senza neanche salutarmi, forse nell’andare aveva sfiorato lievemente il mio viso, o forse si era rivestito ed era semplicemente uscito.
Da mesi ormai non sognavo altro all’infuori di potermi svegliare una mattina e trovarmelo accanto,
chissà se anche per lui era così?
Aveva un retrogusto amaro, come il caffè, ma era proprio questo che mi piaceva di lui, la "durezza"
di fondo. Volevo gustarmelo, l'attimo dopo avrei acceso la prima sigaretta della giornata e regalato i
miei pensieri a qualche foglio bianco.
Un giorno mi fermerò, un attimo, solo uno, per mostrargli quel che resta del cuore di una donna.
Frammenti di una vita che il tempo ha scomposto e ricomposto; stralci di parole, posate su di un
foglio, quelle che non ho detto.

Mi fermerò un attimo, solo uno, per fargliene dono.

(© Rosa Maria. Ménage proibito L'altro lato dell'amore)





Potevo non starlo a sentire ma preferii concedergli la possibilità di spiegarsi. Avevo un milione di motivi per non ascoltarlo e uno solo per farlo: lo amavo. Non credetti mai alle sue parole ma compresi i suoi motivi che, come i miei, si travestivano da spiegazioni. Io da sempre giustificavo il fatto di non potermi innamorare spiegando di dover inseguire la carriera e il successo,ma era solo paura la mia. Lui come me aveva i suoi motivi travestiti da spiegazioni. Non potevo odiarlo poiché lo avevo amato e capito,ma, non potevo amarlo, conoscendomi non sarei mai stata appagata da un relazione a metà.. Non era né il tempo né il luogo. Sì, perché l'amore necessitava del tempo giusto e del luogo esatto, o almeno questo era quello che mi aveva insegnato mia madre e mi sa tanto anche la sua. Eravamo il risultato del nostro vissuto; un'equazione complessa con una soluzione semplice, sarebbe bastato non ragionarci troppo.. Ricordo pure di averlo fatto la prima volta che lo conobbi e l'ultima volta che lo vidi.. L'ultima volta ci feci l'amore sotto le stelle,nel sedile anteriore della sua auto, momento furtivo in luogo improvvisato...
Ah se mia madre sapesse!!! Ma anche le brave ragazze di tanto in tanto cedono alle tentazioni. L'amore è perdita di controllo.
Capii che tutte le regole che avevo appreso fino a quel giorno non mi appartenevano,erano solo nozioni di un bagaglio "culturale - educativo" che la società  trasmette, senza scindere l'individuo dalla situazione. ..

©.Rosa Maria inedito: La fogna del potere... The price off success


sabato 31 agosto 2013

Nella partita con la vita ho sempre giocato d'astuzia ma con onestà....A volte non ho vinto, ho preferito perdere; meglio un'apparente sconfitta ad una vittoria scontata...Ho finto di non vedere alcuni assi nella manica dei miei avversari..Perché? Perché ho scelto di fare il mio gioco e non il loro....Questa è la mia più grande vittoria personale... In amore, invece, ho sempre giocato di cuore,non ho mai usato l'astuzia, ho sempre perso...Perché? Perché quando ami davvero opti per la vittoria dell'altro, se lui fa altrettanto pareggi e allora è quello giusto...se cosi non fa tu perdi con l'amore ma l'amore non lo perdi...perché è dentro di te...


venerdì 30 agosto 2013

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Eppur lo amavo, contro voglia e volontà. Col desiderio vivo di chi sa che il fuoco ora arde dopo brucia. Mi buttavo fumo negli occhi e raccoglievo cenere. 
Il mio amore era un assioma che, pur non avendo forma reale, trovava consistenza nei meandri della mia fantasia, scavando una fossa e al contempo scovando una sorgente. L’acqua scava la pietra e se non riesce trova comunque uno spazio per infiltrarsi e passare, così l’amore dannato, puoi chiudergli la porta,non infilarlo nel tuo letto, ma non puoi impedirgli di infiltrarsi nella tua anima, giorno dopo giorno, fino a corroderti l’essere senza invaderti l’esistenza. 


domenica 25 agosto 2013

Sapevo che non sarebbe stato semplice per questo non lo misi mai nella posizione di dovere scegliere.
Chi ama pone sempre l'altro nella condizione migliore.
Stavamo per arrivare al capolinea, volevo che  giunti lì fosse  pronto a salire su' di un altro treno e ricominciare.

Lo guardai negli occhi e gli dissi :"facciamo un gioco, prova ad abbassare gli occhi, riesci a vedere cosa c'è sotto il tuo naso?"

"No è impossibile" rispose

"adesso chiudili" gli dissi, presi una boccettina di profumo e glielo feci annusare, "adesso? Adesso riesci a vedere cosa c'è?"

"C'è un profumo, lo sento" rispose.

"Esatto, lo senti. Alcune cose sfuggono alla vista, per questo non risaltano subito alla mente, sono le cose che si sentono" presi il profumo e lo spruzzai per aria, "il profumo è come l'amore non puoi vederlo, non puoi toccarlo, ma sai che c'è, che è nell'aria perché lo senti.

Domani potrei non essere qui, ma non per questo non farei più parte della tua vita, alle volte potrà capitarti di sentirmi, come accade con il profumo, avrai la sensazione che io sia qui, e ci sarò come il profumo è nell'aria, sarò nel tuo cuore, se avrai bisogno di sentirmi ti basterà chiudere gli occhi come hai fatto ora e mi vedrai" 






mercoledì 21 agosto 2013

Ogni giorno è una nuova pagina. Il foglio s'intinge di nuovi colori e le parole assumono nuovi significati; un ti amo di ieri sarà un ti ho amato domani....La vita ci sorprende, ci delude, ci accresce e fa maturare in noi nuove convinzioni, anche su ricordi vecchi... Siamo come delle fotografie, "scatti" di attimi, siamo "vissuto e vivere" allo stesso tempo... Siamo sensazioni,rimpianti,emozioni,paure..... Il tempo ingiallirà alcune fotografie e ne lascerà intatte altre..Perché? Ad oggi non so ancora con certezza; c'è chi lo chiama destino, c'è chi sfortuna...Io l'ho racchiuso in una parola che è anche un modo di vivere: cammino... E' un cammino il mio, passi incerti a volte, decisi altre.... Bivi,salite, discese, testa coda...ritorni e partenze.... E' un cammino fatto di sorrisi e lacrime; di incontri e perdite; è un cammino in punta di piedi sui cuori di pochi, come a non volerli "calpestare", perché il mio è un passo pesante.... Perché la mia è una vita ingombrante... Un'anima leggera con un'esistenza complessa.... Non sosto mai per troppo tempo, rimango giusto quello che basta per capire se è il caso di farlo o meno...Giusto quello che serve all'altro per dirmi: resta o per tacere mentre vado via... Ci sono addii che non racchiudono parole.... Io do' sempre un bacio e quando mi sento dire: "stai scherzando? ti chiamo domani" rispondo: domani è già oggi...A presto e buona fortuna....Forse un giorno qualcuno afferrerà la mia mano in quell'esatto istante e mi dirà: ti sbagli. Domani non è oggi, sei tu....rimani", allora forse quel giorno mi toglierò le scarpe e a piedi nudi senza far rumore resterò lì adagiata sul suo cuore.....