L’inchiostro è silenzioso solo il foglio può udirlo. Lui non vede me legge il mio io.
"Scrivere è un bisogno intimo e personale che nasce dal desiderio di proiettare se stessi in una dimensione che non sia solo la propria, ma parte di un contesto universale. Pubblicare, invece, nasce dal bisogno di donare al mondo quella parte di sé che ne è l'anima, o che dovrebbe esserlo, in contesto universale in cui non esiste il singolo ma i molti, in cui il valore principale dovrebbe essere la versatilità del singolo nel multiplo."
E sarò sbagliata, come tutti quelli che hanno osato essere diversi, o semplicemente sono riusciti ad essere se stessi....
L’essere non è altro che la presa di potere del sentire sul pensare…..Ho sempre provato pena per quelle anime che si sono lasciate vivere senza mai viversi....(Rosa Maria)

I miei sogni di carta by Rosa Maria is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
sabato 10 settembre 2016
Chat room. La trappola del piacere.
lunedì 13 luglio 2015
Quel che mi resta di te
E' un invito che rivolgo ai genitori ma soprattutto alle scuole,ai centri di aggregazione e a tutti coloro che si trovano a far parte,in un modo o in un altro, della vita di un bambino che sta vivendo un dramma familiare del genere.Oggi fortunatamente si parla un po' di più della malattia..e anche la medicina ha fatto passi avanti, 16 anni fa affrontare di petto un argomento del genere,soprattutto con una ragazzina, era più complicato..a volte penso che parlarne spaventava più della malattia in sé. Io sono una sopravvissuta che ha trovato conforto nella scrittura..e che ha scelto di regalare le sue parole al mondo perché possano essere di conforto ad altri..
Quel che mi resta di te.
Era appena l’alba, sentii aprire la porta della mia camera, aprii gli occhi e vidi mia zia che veniva verso il mio letto; non era proprio mia zia, in realtà era la signora che viveva sotto casa mia; abitavamo nello stesso palazzo da quasi dieci anni, per certi versi mi aveva un po’ cresciuta, dunque la chiamavo zia.
Si accostò a me e passò le sue mani fra i miei capelli, < Tuo padre sta poco bene > mi disse. Ad un tratto non vidi più il sole, ma non perché era appena mattino, ma perché capii che la notte stava calando sulle nostre vite.
< Vestiti e vieni di là> continuò, poi si alzò, uscì dalla mia camera e chiuse la porta.
Quello che temevo da tanto si stava verificando, lo sentivo. Mi alzai di scatto, indossai un jeans e una maglietta e corsi in camera da letto da mio padre.
Appena entrai, con stupore, mi accorsi che la camera era piena di gente, c’era mamma che piangeva, gli zii e i vicini. Guardai mia madre negli occhi, come a chiederle cosa stesse accadendo, lei mi guardò perplessa, poi mi disse : “ Va a telefonare al prete, tuo padre sta poco bene”.
E’ un incubo, dicevo nella mia mente, ok devo solo svegliarmi.
Mi guardai intorno, tutti mi guardavano impietositi, la zia, la sorella di papà, piangeva “Me niputi ancora è picciridda” , diceva in dialetto, mia nipote è ancora una bambina, il nonno cercava di tranquillizzarla e la invitava a non piangere e a farci coraggio < Propriu pirchì è picciridda c’ha fari forza a carusa> le diceva ; gli altri zii parlavano tra di loro, per un attimo non udii più le voci, non vedevo nulla, avevo come una nube d’avanti agli occhi, mi guardavano tutti, ma nessuno osava dirmi qualcosa, a un tratto udii la voce di mia madre <Il prete, vai a telefonare al prete> diceva. Avevo appena quattordici anni, compiuti da poco, non dimenticherò mai quel giorno. Ora a distanza di tredici anni mi domando perché fu chiesto a me di fare quella telefonata, ancora non ho trovato una risposta.
Mi recai in cucina, dall’elenco telefonico presi il numero del parroco e lo chiamai.
Il telefono squillava, non riuscii a trattenere il pianto, appena il parroco rispose, la voce mi uscì appena, ma riuscii a pronunciare quelle fatidiche parole “ mio padre sta morendo, le chiedo l’estrema unzione”, lui comprese subito chi ero, il mio quartiere all’epoca era piccolo, poco popolato, mi rispose arrivo e mise giù il telefono.
Misi giù la cornetta e corsi in camera da mio padre, lo guardai dimenarsi nel letto, muoveva il capo di qua e di là, come se volesse dire qualcosa, aveva i tubicini dell’ossigeno inseriti sul naso e muoveva le labbra, voleva dire qualcosa.
Tutti i presenti mormoravano tra di loro, “Sta delirando, dicevano, criaturi, u signuri so voli beni si l’avissi a chiamari”, pover’uomo, Dio se gli vuole bene dovrebbe prenderlo con sé, mormoravano in dialetto. Non li sopportavo, “Siete voi che delirate - dissi guardandoli negli occhi uno per uno - mio padre vuole dire qualcosa, fatemi la cortesia di tacere, cosi che possa sentire le sue parole”.
Ad un tratto calò il silenzio, uscii dalla stanza, allorché mi guardarono perplessi, di sicuro si stavano domandando dove stessi andando. Andai in cucina, presi un fazzoletto di stoffa e lo bagnai con dell’acqua, dopo tornai in camera e mi sedetti al capezzale di mio padre. Iniziai a bagnargli le labbra, cosi che gli si ammorbidissero, in modo che parlare gli venisse meglio. Aprì gli occhi, li sgranò e guardò dritti i miei, “Mi raccomando - sussurrò tenendomi la mano - mi raccomando”. Tranquillo papà gli dicevo, tranquillo, sta arrivando il medico, passerà, anche questa volta, fece cenno con la testa di no, “Mi raccomando” ripeté di nuovo .
Sapeva che stava morendo, mi domandai cosa volesse dirmi quando non diceva nulla e si limitava a guardarmi. Il suo sguardo era a tratti intenerito ad altri stupito.
Lo guardai negli occhi e distolsi lo sguardo, a quel tratto sentii i suoi silenzi, li sentii come fossero i miei , erano i nostri silenzi, i miei e i suoi.
Li udii, dicevano molto più delle nostre parole, ma le stesse identiche cose.
Non dimenticherò mai la dignità del dolore, quella muta che non ha parole; non dimenticherò mai quel suo non mostrarsi sconfitto dalla malattia, quel sorriso lieve che le sue labbra riuscivano appena ad ostentare.
Morì tra le mie braccia, mentre gli tenevo la mano, ad un tratto non sentii più la presa, compresi allora che papà non c’era più, non era più con me, nonostante stesse muto e immobile in quel letto.
Per quattro anni, dopo la sua morte, ogni sera mi sono affacciata alla finestra sperando di vederlo arrivare, poi ho smesso, ho capito che non sarebbe mai potuto ritornare a casa, allora sono andata via.
Ho lasciato la nostra casa, quella casa troppo piena per far spazio al vuoto che accompagnava le mie giornate, troppo piena di lui perché altro potesse trovare posto, troppo piena di morte perché potessi ritrovare la vita.
Dopo di allora, dal mio trasferimento in Toscana, tutte le sere mi sono affacciata alla finestra, ho guardato il cielo e mi sono chiesta su quale pianeta vivesse.
Anch’io ero lontana da casa, ma casa non era lontana da me, perché stava in fondo al mio cuore, compresi allora che le distanze sono solo apparenti, che vi è una sola distanza capace di dividere, è quella tra due cuori, quando questa non esiste non si è mai lontani abbastanza.
Per anni, dopo la sua morte, il senso di colpa ha logorato la mia vita. Quel non aver potuto far nulla fu per me come averlo ucciso.
Papà diceva "il peggio non è per chi va via, ma per chi rimane ", aveva ragione, la morte ha due facce, una uccide i vivi l'altra colpisce la vita.
Si muore anche cosi pur rimanendo vivi, ero sopravvissuta alla morte ma non alla vita.
E' come quando combatti una guerra e i tuoi compagni sono tutti caduti, sei un superstite vivo per metà.
Quando Papà combatté contro il cancro, ero il soldato che lo fronteggiava, morì tra le mie mani, e non potetti far nulla, da quel giorno la mia vita è stata una battaglia contro il dolore, contro i rimorsi interiori, una battaglia per la vita, per ritrovare la vita in quella morte dell'animo. Solo ora, a distanza di anni, comprendo di averlo , invece, accompagnato verso il suo ultimo viaggio, tenendolo per mano.
Negli anni gli ho scritto tantissime lettere, con mio padre ho intrattenuto i migliori dialoghi della mia vita, l’inchiostro è silenzioso, solo il foglio può udirlo, lui non vede me, legge il mio io.
Lettere a mio padre è un “gioco” che inizia nel lontano 1999, anno della sua morte, e che negli anni ha trovato il suo perché d’esistere.
Conosco me stessa raccontandomi a lui, conosco il mondo con la riflessione, i ricordi sono frammenti che si ricompongono, così le sue parole riemergono e i suoi insegnamenti rimangono presenti nel tempo.
Oggi ringrazio il cielo, per quelle corse in bicicletta, per le ginocchia sbucciate che mi ha medicato, per quelle giornate su una ruspa in cantiere, per quella gru con la quale arrivava in cielo e mi donava il sole, per quel bacio in fronte, dato piano mentre dormivo, per quello schiaffo di educazione, per quegli occhi pieni di vita l'istante prima della tua morte, per quel sorriso di speranza l'istante in cui si stavano chiudendo: per quel suo mi raccomando tesoro sorridi, quando la sua mano lasciò lentamente la presa per abbracciarmi tutta la vita.
Oggi dico grazie papà per gli insegnamenti, i pensieri e l'amore che sono sopravvissuti al tempo.
Quando la vita ti nega un abbraccio tu puoi donarle un sorriso. Alcune poesie, a lui dedicate, ritrovate nei miei diari fanno parte di un libro, con il ricavato ho scelto di sostenere la ricerca; per tutti quelli che ce la faranno e per tutti quelli che non ce l'hanno fatta, perché aiutare la ricerca è dire SI alla vita.
Solo certi eventi ci aprono gli occhi su cosa le comodità ci hanno portato ad essere, schiavi del nulla, delle mode, schiavi di se stessi, del voler di più.
Solo perdere l'amore delle persone a noi care, ciò che per certi versi abbiamo sempre considerato scontato, ci fa aprire gli occhi verso un nuovo mondo, fatto di piccoli gesti, piccole cose, non dovuti, ma voluti.
La ricerca è vita, è non negare il sorriso ad un bambino, la gioia ad un genitore, l'amore ad un compagno.
lunedì 29 giugno 2015
Elsa e il mistero del disincanto.
Le fatine e gli elfi che abitavano nel villaggio erano molto laboriosi, ma anche paurosi, trascorrevano le loro giornate a curare il giardino e il lago incantato. Un tempo lontano i primi abitanti del villaggio erano abili maghi, si narrava che fossero stati proprio loro a rendere la valle incantata, difatti lì il sole non tramontava mai e il buio era a tutti sconosciuto. Nella valle incantata non esistevano le stagioni; il tempo scorreva immutato, da anni ormai non si cresceva né si invecchiava, non vi erano nascite né morti.
Le fatine e gli elfi erano bicentenari ma ignoravano il fatto stesso di esserlo.
Le giornate passavano sempre uguali, il sole non tramontava, la pioggia non cadeva e i prati erano sempre in fiore. Le fatine e gli elfi più piccoli si divertivano a sguazzare dentro il laghetto incantato e a svolazzare tra i girasoli. Elsa era una fatina birichina e curiosa, da sempre sognava il disincanto, non poteva pensare di passare tutta la vita senza crescere, né scoprire il mondo al di là del confine.
Pensava che l'incanto stesse più nell'infinito che nei limiti che da sempre circondavano il suo villaggio.
La mamma di Elsa si preoccupava per quella figlia con strani grilli per testa, a nessun altro erano mai venuti in mente simili pensieri, cosi cercava di sopprimere la sua curiosità, trovando assurde spiegazioni ad
ogni sua domanda che scaturiva da questa.
Un giorno Elsa, decisa a scoprire cosa c'era oltre il confine,si allontanò cercando di non dare nell'occhio.
Giunta davanti la stradina tortuosa si fece coraggio e iniziò a incamminarsi. Man mano che si incamminava iniziò ad avvertire sulla sua pelle una strana sensazione, era solo il freddo ma lei non lo conosceva, addentrandosi cominciò a non vedere più bene la strada che aveva davanti, era il buio ma lei non lo sapeva. Ebbe un po' paura ma, decisa com'era di scoprire il disincanto, proseguì senza sosta.
Neanche la pioggia si fece attendere molto, a un certo punto Elsa si sentì bagnata, ma non stava facendo il bagno nel lago, né vi era un elfo birichino che le stava schizzando dell'acqua.
“Che sarà mai?” - pensò tra sé e sé. - “Il disincanto non ha nulla di affascinante. Ho percorso tutta questa strada per non vedere quella che ho davanti e per bagnarmi senza poter sguazzare dentro un bel laghetto.”- Si disse. -
A un certo punto dopo tanto camminare vide una grotta . Rimase qualche istante a fissarla e poi decise di aprire la porta. Appena l'ebbe aperta vide la luce e avvertì nuovamente la sensazione di caldo, difronte a lei su un tronco che fungeva da sgabello c'era un anziano signore.
<< Chi va là?>> disse questo.
Elsa indietreggiò un attimo per la paura, ma poi rispose:
<< mi chiamo Elsa e sono una fatina del villaggio ai piedi di questo monte.>>
<<Ti aspettavo >> - disse il vecchio Elfo-. << Da decenni nessuno degli abitanti del villaggio ha il coraggio di andare oltre il sentiero. Tu perché lo hai fatto? >> continuò.
<< Ero curiosa di conoscere il disincanto.>> rispose Elsa
<< E come ti sembra? >> domandò il vecchio elfo.
<< Non come lo avevo immaginato. Qui non c'è il sole e la strada è piena di sassi e di rami che impediscono di camminare. Non posso neanche volare, le mie ali potrebbero impigliarsi tra i rami troppo fitti e senza il sole farei fatica a liberarmi. >> rispose
<< Bene. Questo è il disincanto. Lo hai descritto in maniera impeccabile: non vedi la strada che hai davanti e hai l'impressione di non poter volare. Eppure sei arrivata fin qui. E sei anche cresciuta. Guarda questo è uno specchio, come un lago riflette la tua immagine.>> Disse il vecchio Elfo.
<< Oh come sono diversa! >> esclamò Elsa. << Di certo appena tornerò al villaggio la mamma e gli altri non mi riconosceranno. Non mi sarei mai dovuta avventurare oltre il sentiero. Ora non so se ritroverò la strada di casa, né se potrò far ritorno al villaggio, gli altri abitanti non riconoscendomi più potrebbero non farmi entrare. Avevano ragione: il disincanto è il male. >>
<< E' qui che ti sbagli.>> - rispose il vecchio elfo - << La strada che hai davanti non è mai più lunga dell'ambizione alle tue spalle. Puoi tornare sui tuoi passi quando vuoi, cosi come puoi scegliere di non farlo mai. Tutto dipende da cosa cerchi e da cosa per te è importante. Puoi vivere in piccolo e sognare in grande, il cammino è solo una strada, e questa è la stessa che ti lasci alle spalle e che non vedi davanti. La strada è futuro e passato, il cammino è il presente. Nessuno di noi può sapere cosa c'è oltre il sentiero, ma ognuno di noi sa cosa si lascia indietro. Il disincanto non è cosi male come ti sembra. Se non ti fossi allontanata dal villaggio non avresti mai visto il sentiero che hai dentro. Crescere significa incontrare sé stessi, attraversare il buio e ritrovare la luce. Seguimi.>> disse
Elsa lo seguì ma non capì dove era diretto,perché davanti a loro non vi era altro che un muro.
<<Lo vedi questo muro?>> - disse il vecchio elfo- << Non tutti nella vita sono capaci di attraversarlo. Tu sapresti andare oltre? E come? >> chiese
<< Non mi sembra tanto difficile>> - rispose Elsa- <<Ha mica dei colori in questa specie di grotta? >> continuò.
<< Certo che sì. >> - rispose il vecchio elfo- << Sono nella scatola accanto a te. Prendili. >> Elsa prese i colori e disegnò un arcobaleno:
<<Questo è un arco, proviamo a passarci dentro.>> disse
<< Bravissima. >> - rispose il vecchio elfo - << “Questo non è solo un arco, ma è un arcobaleno, viene subito dopo la pioggia. Di certo lo vedi per la prima volta. E' la magia del disincanto: sono i colori che hai dentro a indicarti la strada e ad aprirti una porta. Prima che tu vada via mi sembra giusto presentarmi: io sono l'Esperienza, tutti mi cercano ma allo stesso tempo mi temono. Io segno e insegno. Dall'incontro con me nessuno torna mai più lo stesso. Ora vai, di certo ti staranno aspettando.>> concluse l'elfo.
giovedì 6 febbraio 2014
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martedì 24 dicembre 2013
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domenica 22 dicembre 2013
La mia infanzia è stata genuina, vera, bella... diversa poi la mia vita.. Il tempo mi ha tolto le persone più care ed io sono andata via, forse per fuggire alla morte dell'anima...sarei dovuta restare..rimanere accanto a quelle persone che mi avevano cresciuta..ma non ce l'ho fatta..la voglia di lasciarmi tutto alle spalle era più forte di quella di restare a guardare..Cosa potevo fare...ero troppo giovane e ingorda..e quando tornai sola e con con due bambini troppo piccini... Le persone che hanno fatto la mia infanzia sono state i miei nonni, paterni e materni, gli zii da parte di mamma e la zia da parte di papà... Ora di papà non è rimasto più niente e nessuno...sono tutti angeli che mi sussurrano di non mandare tutto a puttane..Ora sono grande ora devo rendere loro quello che loro hanno dato a me...
Mi rividi bambina, seduta sul divano a guardare la tv; non andavo mai a letto se papà non era rientrato, a volte crollavo su quel divano, ma aspettavo con ansia il suo rientro...Si sedeva con me e giocava ai giochi più buffi...neanche da bambina amavo la "normalità"... All'angolo destro della parete vi stava il mio banco scuola, scrissi li le mie prime rime...Non era come quello dei giorni odierni, 24 anni fa erano simili ai banchetti di scuola, marrone satinato con un porta penne nero, rivoltandolo vi era una lavagna, niente cose digitali..andavamo di gessetto e fantasia...liberi di disegnare o scrivere le cose più strambe... Ora la casa era vuota, vecchiotta e un po' umida...riaverla era la sfida e metterla a nuovo il lavorone...Forse ero l'unica realmente legata a quel luogo..piccolo e accogliente, di cui altri ne rivendicavano l'affetto e il diritto..e di cui io ne chiedevo la resa..perché per me era molto di più di una casa..Era la casa del padre..
(Inedito Quel che mi resta di te)
martedì 26 novembre 2013
Lo amavo così: al di là dei punti di (s)vista, dei ruoli di genere e di chi eravamo...
venerdì 25 ottobre 2013
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lunedì 21 ottobre 2013
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martedì 17 settembre 2013
Sarebbe bellissimo conoscere il lato oscuro dell'altro che è anche il più profondo...Fondersi completamente...due esseri che si trovano e non solo due esistenze che si incontrano...
lunedì 16 settembre 2013
mercoledì 11 settembre 2013
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Ogni tanto mi manca. In realtà mi manca ogni giorno,ma ogni giorno è nuovo e porta con sé il presente,il passato e il domani...Domani quasi certamente non sarò con lui e lui non sarà come me,ma sarà parte del mio ieri e avrà contribuito a fare chi sarò....
lunedì 9 settembre 2013
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domenica 8 settembre 2013
Ah se mia madre sapesse!!! Ma anche le brave ragazze di tanto in tanto cedono alle tentazioni. L'amore è perdita di controllo.
Capii che tutte le regole che avevo appreso fino a quel giorno non mi appartenevano,erano solo nozioni di un bagaglio "culturale - educativo" che la società trasmette, senza scindere l'individuo dalla situazione. ..
©.Rosa Maria inedito: La fogna del potere... The price off success






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