Incipit:
Pareva che ce ne fossero ovunque, appoggiati a ogni angolo di ogni strada, inchiodati a ogni albero di ogni viale, appesi a ogni lampione di ogni piazza. Erano infantili, rifiniti male, brutti. Si vedeva chiaramente che erano fatti a mano. Le lettere visibilmente storte formavano parole scontate, che a loro volta davano alla luce messaggi stupidi e tutti assurdamente uguali. Il tutto era immancabilmente decorato con un'immagine o figura disegnata, o meglio deformata, in modo orribile. Il materiale usato per forgiare tali opere d'arte, poteva tranquillamente essere il cartone scartato dai venditori ambulanti, dopo uno di quei desolanti mercati che tutte le settimane, tutti i paesini che si rispettino, ospitano per la gioia di vecchiette, massaie, derelitti e di chi non ha niente da fare. Anche l'osservatore più distratto avrebbe goduto, ponendosi di fronte a una qualunque di quelle mostruosità, a osservarne i difetti, enumerandoli forse, ripartendoli in gruppi, classificandoli per specie. Ma chi li aveva fatti? Una scolaresca? Un gruppo di anziani ricoverati in un ospizio? Persone appartenenti a qualche inutile associazione o semplicemente degli idioti? Filosofi e studiosi di varie branche del sapere hanno, nel corso della storia, scritto montagne di libri nell'intento di definire la bellezza o l'orrore assoluti. Sono stati tutti dei falliti, gente che non aveva niente di importante di cui occuparsi. Astratta o fisica che sia, se una cosa è bella è bella, se fa schifo è brutta. La questione, comunque, non va affrontata in questo modo. Se si deve travasare un liquido contenuto in una bottiglia in un'altra bottiglia vuota e non se ne vuole perdere nemmeno una goccia, è consigliabile usare un imbuto. Nella bottiglia vuota si introduce la parte più stretta dell'imbuto e il liquido si riversa in quella più ampia. Non si può fare in modo diverso. Tecnicamente, forse, è possibile compiere l'operazione diversamente, senza usare l'imbuto, ma non si deve fare. Le bottiglie potrebbero cadere e rompersi, il liquido potrebbe andare perduto. No, sarebbe illogico e stupido. La questione non va affrontata in questo modo, non deve essere affrontata in questo modo. Io non devo affrontare la questione in questo modo, loro non vogliono che io affronti la questione in questo modo, assolutamente.
In fondo erano soltanto cartelli. Erano comunissimi cartelli su cui apparivano comunissimi annunci, i quali invitavano tutti coloro che inevitabilmente ci sbattevano lo sguardo sopra, a partecipare a feste campagnole che avrebbero avuto luogo in quasi tutti i paesi della zona. Era ormai autunno, i boschi che si distendevano tutt'intorno erano ricolmi di ricci di castagno e, come tutti gli anni di questi tempi, le castagnate, così come vengono chiamate queste sagre dalle mie parti, stavano per rigenerarsi. Non so se questo termine, castagnata, si usa anche altrove. La scena entro la quale tutto si sviluppa e il copione interpretato dai poveri protagonisti è quasi sempre lo stesso: lunghi tavoli, lunghe panche, lunghe facce, un fuoco, aria fresca e tante castagne. C'è chi molto frettolosamente si prende le sue castagne e se le porta via, chi si immedesima completamente nello spirito dell'evento e addirittura si mette a sedere, mangiando e bevendo con grande libertà, chi invece, non riuscendo a domare il proprio imbarazzo, consuma la propria razione in piedi, vagando tra l'assai esigua folla. Non tutte le castagnate però, sono uguali o dello stesso livello. In quelle più misere ti danno le tue quattro castagne bruciacchiate, servite in un cono di giornale. Se invece, si ha la fortuna di andare a una castagnata di lusso, si avrà il privilegio di degustare la propria porzione in comodi piatti di plastica, venendo forniti anche di tovaglioli di carta per pulirsi le mani e a disposizione acqua o vino per sciogliere eventuali ingozzamenti. Forse, si avrà persino la possibilità di scegliere tra castagne lesse, caldarroste standard e castagne più o meno arrostite, a seconda delle preferenze. Figura indispensabile e onnipresente è l'accaldato tizio, quasi sempre sporco e goffo, che dondola energicamente sul fuoco una grossa padella nera piena di castagne e traforata da piccoli buchi. So che quella padella ha un nome preciso, ma non riesco a ricordarlo.
Biografia dell'autore
Andrea Marzola nasce il 27/06/1974 a Luino sulla sponda lombarda del lago Maggiore, dove
già Piero Chiara aveva ambientato molti dei suoi romanzi e racconti. Quando è ancora
in tenera età la sua famiglia si trasferisce a Baveno, sulla sponda piemontese. Non completa
gli studi universitari, viaggia molto, si stabilisce anche per brevi periodi in Inghilterra e in
Irlanda, per poi fare ritorno a Baveno, dove tutt’ora risiede. Da quando entra nel mondo del
lavoro, cerca sempre occupazioni che gli concedano tempo ed energie per dedicarsi a ciò
che ritiene essere più importante: creare e condividere, il suo modo di creare è scrivere.

.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento